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Congo ai Mondiali: una storia drammatica

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Back to the past, Calcio, Calcio e politica

Congo ai Mondiali: una storia drammatica

Ci siamo, l’attesa è finita. Nel continente americano tutto è pronto per l’inizio di quello che si appresta a essere uno dei Mondiali più controversi e politicizzati degli ultimi 40 anni. E quale migliore occasione per raccontarvi una storia. Il Congo, infatti, ritorna dopo ben 52 anni a disputare la fase finale di un Campionato del Mondo, ma molti ancora non sanno il perché di tutta questa attesa.

Una storia fatta di orgoglio, repressione e paura, che mai come quest’anno ci ricorda che ancora oggi, per molti popoli, la conquista della libertà è una lotta costante fra la vita e la morte. E che lo sport può essere una valvola di sfogo meravigliosa e unificante, ma che viene spesso utilizzato come cinico strumento di affermazione del potere.

Il contesto sociale

Per capire a pieno questa storia dobbiamo fare un passo indietro fino agli anni 60, nel pieno della fase di decolonizzazione del continente africano.

Nel 1960, il Congo smette definitivamente di essere una colonia belga, ma entrò in una fase di profonda crisi geopolitica che culminò con un colpo di stato nel 1965. E qui entra in gioco il primo protagonista della nostra storia: il capo di stato maggiore dell’esercito Mobutu Sese Seko, l’autore del colpo di stato.

Presto Mobutu divenne il capo supremo del neonato stato congolese, instaurando una spietata dittatura basata sul culto della personalità, su un’aggressiva politica estera e sull’ideologia dell’autenticità. Una strategia volta a liberare il paese da ogni riferimento al colonialismo occidentale, restituendogli la sua identità africana.

Tali mosse furono così aggressive che persino il nome stesso delle città dello stato cambiarono, diventando così Zaire.

Il calcio di Mobutu

Come ogni dittatore che si rispetti, Mobutu operò quello che oggi definiremo come Sport Washing. Banalmente, investire nello sport per cercare consenso all’estero e per dare un’immagine positiva della propria terra. E qui entrano in gioco gli altri protagonisti di questa storia.

Congo ai Mondiali: una storia drammatica
Mobutu Sese Seko

Nel mentre lo Zaire viveva una situazione sociale molto difficile a causa della povertà e di un tasso di inflazione che farebbe rabbrividire anche la Repubblica di Weimar, la Nazionale di Calcio viveva il suo periodo più florido grazie agli investimenti del dittatore.

Nel 1968 arriva la prima storica Coppa d’Africa, risultato bissato nel 1974 sotto la guida del CT serbo Blagoje Vidinic, e grazie alle reti di Mulamba Ndaye, soprannominato l’assassino.

La storica qualificazione ai Mondiali

Il risultato più rilevante però, arrivò con la storica qualificazione ai Mondiali tedeschi del 1974. Dopo una fase di qualificazione dominata, i leopardi divennero la prima selezione dell’Africa subsahariana a partecipare alla fase finale di un Campionato del Mondo di calcio.

I successi ottenuti spinsero il popolo dello Zaire a eleggere i giocatori a simbolo nazionale. E Mobutu li ricompensò regalando loro un’auto e una casa a testa, scatenando persino la gelosia dei suoi consiglieri.

Tra l’altro, il Congo preparò la spedizione in Germania allenandosi nel quartier generale degli Azzurri, a Coverciano, disputando amichevoli contro Fiorentina, Roma e Cesena. Ma l’epilogo fu tutt’altro che idiliaco.

Un autentico disastro

All’epoca, il calcio africano era ben diverso da quello conosciamo oggi. La differenza tecnica fra i calciatori africani e quelli europei era enorme, con l’aggravante che i ragazzi di Vidinic erano totalmente impreparati a giocare nel clima mite europeo.

Inseriti in un girone non facile, con Scozia, Jugoslavia e i campioni in carica del Brasile, i congolesi fecero una figuraccia. Persero 2-0 all’esordio contro la Scozia e 9-0 contro la Jugoslavia, che rappresenta ancora oggi la peggior sconfitta della storia della Nazionale del Congo. E la peggiore sconfitta nella storia della fase finale dei mondiali.

Congo ai Mondiali: una storia drammatica
La frustrazione di Tubilandu all’ennesimo gol della Jugolsavia

Inoltre, nel corso di quella partita gli uomini di Mobutu avevano minacciato il CT, intimandogli di sostituire il portiere Kazadi in favore del più inesperto Tubilandu, con risultati catastrofici.

Una lotta di sopravvivenza

Nonostante i leopardi fossero già eliminati dalla competizione, l’ultima partita contro il Brasile rappresentava l’ultima spiaggia. E non per ottenere un buon risultato, bensì per evitare ripercussioni al rientro in patria.

Il dittatore era furioso per l’umiliazione subita, e senza mezzi termini minacciò i giocatori con un laconico: “se perderete con più di 3 gol di scarto non tornerete a casa”. Vi lasciamo solo immaginare a cosa potesse far riferimento.

Dopo una strenua resistenza contro la Seleçao, al 85′ il tabellino recitava 0-3 in favore dei brasiliani. In quello stesso istante venne fischiata una punizione al limite dell’area, affidata al potente sinistro di Rivelino. Fu qui che accadde l’impensabile.

Il gesto di Mwepu

Joseph Ilunga Mwepu, terzino destro del Mazembe (gli interisti se la ricorderanno), che era in barriera insieme ad altri suoi compagni, al fischio dell’arbitro prese la rincorsa e calciò via il pallone più forte che potesse.

Congo ai Mondiali: una storia drammatica
Mwepu calcia via il pallone

Quel gesto, che venne per lungo tempo sbeffeggiato, in realtà era un gesto di paura legato alle minacce di Mobutu. Il difensore spiegherà in futuro che voleva solo perdere tempo e far deconcentrare Rivelino.

Un triste epilogo

Fortunatamente non ci furono grandi rappresaglie per i ragazzi, ma il leader supremo li punì in maniera molto più subdola. Tutti i fondi destinati al calcio vennero tagliati e ridestinati verso altri eventi di propaganda, fra cui l’iconico Rumble in the Jungle.

La selezione del Congo cadde così nell’oblio fino agli ’90, e molti giocatori facenti parte di quel periodo d’oro morirono in povertà. Solo grazie a Mafu Kibonge le famiglie dei suoi compagni scomparse possono ancora godere di una sorta di sostegno economico.

Mwepu invece rimase nel mondo del calcio, diventando anche assistente tecnico del CT Ibengé durante la Coppa d’Africa 2015, morendo però pochi mesi dopo a causa di grave malattia.

E Mobutu ?

Anche Mobutu, però, non fece una fine migliore.

Dopo anni di dura repressione e di totale noncuranza dei diritti umani, venne lentamente isolato dal resto del mondo. Poi dopo l’ennesima crisi il dominio del dittatore finì nel 1997, quando venne destituito dopo un colpo di stato guidato da Laurent-Dèsirè Kabila. Morì poi di cancro qualche mese dopo, lasciando il suo paese al collasso economico, e in pieno conflitto interno.

Autore

  • 25 anni, studente di Scienze della Comunicazione e aspirante giornalista sportivo. In Fuori Dal Gioco sono autore e  referente della sezione Motorsport, mi occupo quindi della supervisione e della pubblicazione di contenuti a tema sport motoristici, in particolare sul mondo della Formula 1. Mi impegno a trasmettere il più possibile la mia passione, cercando sempre di riportare aneddoti e storie originali.

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