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Il nuovo decolonialismo del calcio africano

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Calcio, Calcio e politica, Campionati esteri – e

Il nuovo decolonialismo del calcio africano

Un nuovo fenomeno sta dilagando nel calcio africano. Nessun esultanza folkloristica, rito voodoo e nemmeno quel centravanti bufalo che a turno ronza tra le squadre di bassa classifica di Serie A. Questa è una tendenza radicata nella stessa Africa, nella sua storia e nel suo calcio. Fino a qualche anno è stata prassi vedere un CT europeo allenare sia le nazioni di prestigio che quelle considerate, volgarmente, di secondo o anche terzo grado. Un francese che allena l’Angola, un belga il Congo etc.

L’assurdità di questo dato è caratterizzato da due aspetti. Il primo fa leva sulla nostra limita visione del mondo come unicamente occidentalizzato: tutto ciò che non accade nel nostro emisfero, difficilmente ci interessa. L’eccezione che conferma la regola è rappresentata dalla Coppa d’Africa. Un focolare d’intrattenimento che accende la fiamma dell’interesse sull’Africa che non appena finisce cessa subito la nostra curiosità. Il secondo aspetto è l’assurdità del pattern capace di legare ogni singolo allenatore europeo che decide di iniziare un’avventura in Africa. Nella stragrande maggioranza delle carriere si ripetono in successione Paesi come Zambia, Costa d’Avorio, Angola etc. Sarebbe opportuno chiedersi il perché un allenatore decida di mollare tutto, armarsi di vestiti leggeri e intraprendere questo percorso.

In viaggio verso Sud

In maniera spesso troppo stucchevole e stomachevole, qualche vostro amico vi ha appioppato la storia del “mal d’Africa” dopo essere tornato da qualche resort extra lusso disperso in Kenya. Forse Claude Le Roy ha davvero il mal d’Africa. Armato di buona volontà e atteggiamenti francofoni, dopo una parentesi europea, decide, di mollare e tutto e affrontare il mondo esotico. Prima Arabia Saudita con l’Al Shabab per trovarsi in un turbine d’emozioni che fanno rima con Camerun, con cui vince una Coppa d’Africa nel 1988 e Senegal. Per poi concludere la carriere da allenatore con un trittico speziato: Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo e Togo.

Legittimo chiedersi cosa spinga un signore argentato a imbottirsi di gastroprotettori e volare alla volta dell’Africa. La sua costituzione parla per se: in un intervista dichiara come la motivazione si può riassumere in una parola sola “Rimbaud”. Non è una risposta. È un paravento elegante. Rimbaud aveva abbandonato la poesia e l’Europa per andare a commerciare armi nel Corno d’Africa, inseguendo qualcosa che non riusciva a nominare. Le Roy non commercia armi, ma la struttura è la stessa: un continente usato come fuga da una forma di vita che non basta più. Rimbaud in una lettera disse :”condannato a errare, legato a un’impresa lontana, ogni giorno perdo il gusto per il clima, il modo di vivere e perfino la lingua dell’Europa”. Che possa essere il credo dello stesso Claude Le Roy?

Africa
Claude Le Roy

Calcio e colonialismo

Il doppio filo che lega calcio europeo e Africa affonda le radici ben prima dello sport. Le relazioni tra ex potenze coloniali con i loro ex territori non si sono dissolte con l’indipendentismo e il decolonialismo del secolo scorso. Ha preso nuove forme, spesso più sottili e meno prepotenti. Ad esempio la lingua o anche impalcatura e sistemi che postcoloniali che sono rimasti negli anni.

Infrastrutture di dipendenza che nel calcio si traducono in reti di scouting, accordi federali, rapporti preferenziali tra club formatori europei e federazioni africane. Da qui a pensare un europeo come ct di una nazionale africane non suona più come un’assurdità. La facilità con cui esso avviene è sintomatica di una scarsa considerazione, pressoché periferica, che si ha non solo del calcio ma di tutta l’Africa. La presenza di un ct europeo è quindi considerata naturale, come se certi paesi avessero ancora bisogno di qualcuno che arrivi da fuori a insegnare il gioco.

Per spiegare culturalmente questo tipo di fenomeno si può citare il filosofo e psichiatra Franz Fanon. Con il suo studio sull’uso della lingua francese e il rapporto padrone-servo, va a evidenziare come il costate utilizzo della lingua francese in un contesto culturalmente e storicamente frizzante come quello africano, sia un manifesto chiaro. La lingua francese è una lingua coloniale e il suo utilizzo evidenzia un continuo approccio coloniale. Tradotto in ambito calcistico: un ct francofono come Patrice Beamuelle, attualmente sulla panchina dell’Angola, è il continuo di questa linea sottile di colonialismo.

Una clamorosa somiglianza

Ma torniamo a parlare dell’assurda similitudine che c’è tra gli allenatori europei che allenano le nazionali africane. Sarà un caso, oppure è frutto di una tendenza radicata negli anni. Ma il percorso è sempre lo stesso: la carriera inizia in Europa . Chi in Francia o in Belgio (la maggioranza dice questo). Poi c’è un cambio netto. I freddi colori occidentali lasciano spazio al calore africano. Sarà una questione storica, di abitudine. Una cosa è certa: il desiderio di allenare “finalmente all’estero” si svela nella scelta meno scontata di tutte. Preferire l’Africa all’America? Perché? Preferire la sfida al lusso. L’esperienza alla confort zone. Questo esodo è la perfetta risposta a chi dipinge il mondo con un occhio che strizza ancora al pregiudizio. La combinazione è dunque una cantilena per ognuno di loro. Ripetitiva, ma significativa.

Cambia la tendenza

Ora però le cose stanno cambiando. Il percorso cambia direzione. La tendenza assume forme e pensieri diversi: salutare gli allenatori europei per promuovere quelli africani e favorire lo sviluppo di una classe che negli ultimi anni è stata messa da parte. Conoscono meglio il contesto locale, conoscono la lingua. Sanno cosa significa vincere per il proprio Paese. Il senso di appartenenza è radicato. E la volontà è quella di dimostrare le proprie capacità e la propria indipendenza da un continente – quello europeo – che ha sempre trovato il modo di mettersi in mezzo a una cultura che non sente sulla pelle. Insomma, il concetto è chiaro. L’Africa agli africani. E non è una frase fatta. Ma un modello per rivalutare e riclassificare l’enorme potenziale di un territorio che stupisce ed emoziona.

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Autori

  • Studio Editoria e comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Mi limito a scrivere di calcio, con sottile ironia, su Fuoridalgioco perché palla al piede sono un disastro. Se non esistesse il calcio passerei le giornate parlando di teorie e tecniche degli scacchi, ma in realtà lo faccio già. Piango ogni volta che vedo un video di Pato al Milan o parte Touch dei Daft Punk.

  • Guardo, ascolto e provo a dare un giudizio. Che sia calcio giocato o dietro le quinte. Il tutto con un chiave pop-moderna. Alla ricerca della curiosità e dell’unicità. Senza dimenticare le radici di un passato che fa ancora discutere e che divide l’opinione pubblica.

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