FuoriDalGioco Gli sport che ami, la voce che cercavi
La maledizione dei vincitori: storie di fallimenti al Mondiale

4 min di lettura

Back to the past, Calcio –

La maledizione dei vincitori: storie di fallimenti al Mondiale

La maledizione dei vincitori esiste davvero o è soltanto una coincidenza che il calcio, come spesso accade, si diverte ad alimentare? Negli ultimi decenni, la Coppa del Mondo ha raccontato una storia particolare: quella delle nazionali campioni in carica incapaci di difendere il proprio trono, travolte da eliminazioni improvvise e dolorose. Come se il peso della gloria fosse troppo difficile da sostenere, come se quattro anni fossero sufficienti a trasformare una squadra leggendaria in un gruppo incapace di ritrovare sé stesso.

Perché il Mondiale, più di qualsiasi altra competizione, non concede privilegi, né tantomeno guarda alle stelle cucite sul petto o ai ricordi delle imprese passate. Ogni edizione ricomincia da zero e spesso si trasforma nel teatro perfetto per le cadute più fragorose. Perché mentre qualcuno festeggia l’impresa, qualcun altro cresce e valorizza al massimo il proprio potenziale.

maledizione di vincitori

La maledizione dei campioni del mondo

Difendere un Mondiale è sempre stata un’impresa complicata, ma in 4 delle ultime 6 edizioni il problema non è stato soltanto quello di non riuscire a riconfermarsi: è stato addirittura superare la fase a gironi.

La Francia campione del mondo nel 1998 arrivò in Corea e Giappone nel 2002 da favorita assoluta. Eppure, complice anche l’infortunio di Zinedine Zidane, Les Bleus persero all’esordio contro il Senegal, pareggiarono contro l’Uruguay e chiusero il girone con una sconfitta contro la Danimarca. Un solo punto e nessun gol segnato.

Otto anni dopo fu il turno dell’Italia di Marcello Lippi. Gli eroi di Berlino tornarono in Sudafrica con l’obiettivo di difendere il titolo conquistato nel 2006, ma il tempo aveva presentato il conto. Due pareggi contro Paraguay e Nuova Zelanda, poi il drammatico 3-2 contro la Slovacchia che sancì l’eliminazione degli azzurri all’ultimo posto del gruppo.

La Spagna campione del mondo in carica arrivò in Brasile nel 2014 dopo aver dominato il calcio internazionale per sei anni, vincendo due Europei (2008, 2012) e appunto il mondiale in Sudafrica. Il 5-1 subito contro l’Olanda all’esordio fu però il segnale di un ciclo ormai al tramonto. La successiva sconfitta contro il Cile completò una delle eliminazioni più sorprendenti della storia recente.

Infine ricordiamo la Germania. Campione nel 2014 grazie al trionfo del Maracanã e al celebre 7-1 inflitto al Brasile, quattro anni dopo in Russia visse un inatteso tracollo. Dopo la sconfitta contro il Messico e il successo all’ultimo respiro sulla Svezia, i tedeschi caddero contro la Corea del Sud, uscendo per la prima volta nella loro storia dopo la fase a gironi.

La Francia del 2018 ha interrotto questa maledizione, arrivando in finale nel 2022 dopo la vittoria al Mondiale in Russia. E ora, a 4 anni di distanza, spetta all’Argentina decidere se riaccendere questa “stregoneria” del vincitore eliminato ai gironi, oppure confermare il proprio status.

maledizione dei vincitori

Le delusioni che hanno segnato un’epoca

La storia della Coppa del Mondo è costellata di cadute che hanno lasciato cicatrici profonde, di nazionali date per favorite e crollate all’improvviso.

L’Argentina del 2002 arrivò in Giappone e Corea da grande favorita: Marcelo Bielsa aveva costruito una squadra ricca di talento e reduce da qualificazioni straordinarie. Batistuta, Verón, Crespo, Ortega: una rosa che sembrava destinata ad arrivare fino in fondo. E invece, l’Albiceleste uscì già nella fase a gironi, incapace di superare un gruppo composto da Inghilterra, Svezia e Nigeria.

Per il Brasile, invece, il trauma porta una data precisa: 8 luglio 2014. La semifinale disputata al Mineirão contro la Germania doveva rappresentare l’occasione per avvicinarsi al sesto titolo mondiale davanti al proprio pubblico e si trasformò invece nella notte più dolorosa della storia della Seleção. Il 7-1 finale non fu soltanto una sconfitta, ma una ferita collettiva destinata a rimanere nella memoria di un intero Paese.

Molto prima, nel 1966, fu l’Italia a conoscere il significato di una disfatta inattesa: la sconfitta contro la Corea del Nord provocò rabbia e incredulità. Al ritorno in patria, gli azzurri vennero accolti da contestazioni e lanci di pomodori, un episodio rimasto impresso nell’immaginario collettivo del calcio italiano.

Il fascino crudele del mondiale: come andrà a finire nel 2026?

Forse è proprio questa imprevedibilità a rendere il Mondiale una competizione unica. Sia per via della sua frequenza, sia per via del fatto che in nessun altro torneo il confine tra gloria e delusione appare così sottile.

Bastano quattro anni per passare dall’essere campioni del mondo al diventare protagonisti di una delle eliminazioni più cocenti della storia, bastano tre partite per vedere sgretolarsi certezze costruite nel tempo.

La maledizione dei vincitori, probabilmente, non esiste davvero. Eppure continua a ripresentarsi con una puntualità disarmante, ricordando a tutti una delle poche verità assolute del calcio: il Mondiale non vive di ricordi.

E non perdona nessuno.

Autore

  • 20 anni, studente romano di giornalismo e aspirante telecronista. Collaboro con Fuori Dal Gioco nella stesura di articoli relativi in particolare al mondo del calcio, mi piace approfondire e raccontare in modo diverso ciò che gli occhi sono già in grado di vedere.

Leggi altro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenti