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Dimentichiamo di fare come la Francia

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Calcio –

Dimentichiamo di fare come la Francia

La storica rivalità tra Francia e Italia si misura da sempre su diversi concetti: il cibo, la storia, l’arte, ma soprattutto nel calcio.

Nel 2006 l’astio tra le due nazioni sfociò anche nello sport, con la storica vittoria italiana del Mondiale, proprio contro i francesi.

20 anni dopo, la situazione si è ribaltata, sia in nazionale, sia nei club.

Tre edizioni senza Italia, mentre la Francia partecipa come potenziale favorita alla vittoria finale (due finali consecutive nel 2018 e nel 2022).

Si dice che la motivazione siano probabilmente i campionati molto differenti, con pressioni e competitività diverse tra Serie A e Ligue 1, ma quanto c’è di vero?

Ranking FIFA: le 10 posizioni di differenza fra le due nazionali

Il 9 luglio 2006 le due nazionali si affrontano nella finale di Coppa del Mondo.

Situazioni imparagonabili: seconda finale per la Francia, sesta per l’Italia.

La Francia era un grande gruppo.

Quello di Zidane, Henry, Lilian Thuram, Vieira, Trezeguet, Ribéry e tanti altri. Un gruppo costruito da tecnica e personalità dei leader, ma nonostante questo gli italiani vinsero la finale.

Quel momento però segnò l’avvio di due percorsidiversi per le due nazionali: per quella francese fu l’inizio di una crisi, per quella italiana un periodo di parziale gloria.

L’Italia andava avanti, partecipava alle competizioni, si qualificava ma non vinceva.

La Francia era avvolta da una confusione generale, che culminò nel 2010, durante il Mondiale in Sudafrica, con litigi e scioperi contro il CT dell’epoca, Raymond Domenech.

Una situazione di caos nata dopo gli insulti da parte di Anelka all’allenatore francese e culminata con il dissenso del resto del gruppo e la conseguente protesta che comporterà l’esclusione dal Mondiale dell’ex attaccante da parte della Federcalcio Francese.

Questo episodio fu un punto di non ritorno, che diede il via alla “Rivoluzione Francese” calcistica.

Francia
Anelka e Domenech nel 2010

Il Rinascimento con Blanc e Deschamps

Dopo la fine dell’era Domenech, Les Bleus furono allenati due anni da Laurent Blanc. Il percorso di quest’ultimo alla guida della Nazionale furono solo l’inizio del rinnovamento e della ricostruzione, mattone per mattone, della Francia.

La prima mossa per sottolineare la netta rottura con il passato, fu quello di squalificare tutti e 23 i convocati del precedente Mondiale, generando una ventata di aria fresca con ricambio tattico e generazionale.

L’idea strutturale del nuovo gruppo era semplice: costruire la spina dorsale del gruppo con pilastri come Benzema e Ribéry, affiancando debuttanti dell’epoca come Giroud e Rami.

Nonostante la falsa partenza contro la Norvegia, l’era Blanc portò a 23 risultati utili consecutivi, raggiungendo i quarti ad Euro 2012. La nuova Francia fu poi eliminata dalla Spagna campione del mondo e futura vincitrice della competizione (noi italiani ricordiamo bene quella finale).

Il suo viene considerato un po’ il “lavoro sporco” della rivoluzione, necessario per costruire le basi dei 4 anni successivi di cambiamento e solidificazione della Francia che vediamo oggi, grazie anche all’avvento di Didier Deschamps.

Il lavoro fatto dall’ex centrocampista della Juventus negli anni successivi fu in grado di ridare forza e speranza alla Francia, valorizzando inoltre i giovani talenti dell’epoca, come Griezmann o Mbappé, questi capaci di rimpiazzare i leader ormai ritirati. Pian piano, dal 2014 in poi Les Bleus tornarono a essere una squadra nuovamente competitiva.

Nel mentre l’Italia pian piano perdeva le sue stelle, abbandonando la propria identità e sostanza, come la neve che perde consistenza al sole.

I ragazzi che hanno salvato la Francia

Ad oggi questo è lo scenario: da una parte una nazionale ricostruita grazie all’utilizzo di un sistema giovanile che funziona e dà frutti, dall’altra un gruppo da ricostruire che non valorizza e non investe sui giovani talenti prodotti nei settori giovanili.

Questo significa che la differenza tra Francia e Italia non è solo nel talento disponibile, ma nella gestione del talento stesso.

Vuol dire che la Francia è fortissima e l’Italia fa schifo? No.

Euro 2020 ce lo ha già confermato: l’Italia può fare bene, se costruita in un determinato modo.

Il progetto creato da Roberto Mancini era questo: l’unione tra veterani, come Chiellini e Bonucci, in grado di guidare i giovani volti, come Chiesa e Barella. Una situazione gerarchica funzionante, in grado di fare gruppo dentro e fuori dal campo.

La nostra mancanza è essere in grado di creare un progetto a lungo termine, giudicando e condannando troppo i primi risultati, accontentandosi per non puntare a un miglioramento graduale. Vogliamo il risultato veloce, senza guardare al processo a lungo termine. Fosse per noi, Deschamps sarebbe stato esonerato nel 2014.

Ciò che invece non ha fatto la Federcalcio francese.

La creazione di un sistema di ricambio continuo è quello che manca al nostro paese: ogni anno, in Francia, nuovi giovani con talento prendono spazio nella Nazionale, sostituendo i vecchi giocatori. Tutto grazie ai numerosi centri federali di formazione, come l’INF Clairefontaine, accademia estremamente prestigiosa, che crea giocatori d’élite come Kylian Mbappé.

Il sistema dei giovani italiani

Nelle scuole calcio e nei vivai italiani, non mancano sicuramente i ragazzi di talento, ma manca la voglia di affidarsi a qualcuno di nuovo.

La dimostrazione più grande di questo concetto ce la danno proprio i risultati.

Lo straordinario trionfo dell’Italia U17 agli Europei di quest’anno e i piazzamenti dell’U19 (con la vittoria europea nel 2023) certificano come il settore giovanile cresca, si evolva e migliori, ma venga sfruttato poco per la paura di mettersi in gioco e cambiare aria in maniera graduale all’interno della Nazionale maggiore.

Ciò che contraddistingue maggiormente le due parti è la continuità tra settori giovanili e prima squadra: i giocatori non “saltano” livelli, ma attraversano un percorso definito e completo tra Under 17, Under 19 e Under 21, con minutaggi progressivi anche nei club. In Ligue 1, infatti, il minutaggio dei giocatori Under 21 è tra i più alti d’Europa: club come PSG, Monaco, Rennes e Lille hanno trasformato i giovani in risorse tecniche e non in alternative da lasciare ai margini.

20 anni dopo il rigore di Grosso

La Francia sta acquisendo sempre più forza e continuità. La vittoria nel Mondiale in Russia nel 2018, la finale in Qatar nel 2022 e la partenza da super favorita anche in questo mondiale 2026 certificano l’immenso lavoro fatto per portare nuovamente la nazionale ad alti livelli. La presenza di molti giocatori naturalizzati ha spesso creato dibattito politico per l’elevato tasso di multiculturalismo e diverse etnie presenti all’interno della nazionale francese.

Polemiche futili, e talvolta ignoranti. La nazionale francese riflette un paese che ha abbracciato molto anni fa l’accoglienza di numerosi immigrati, cosa che ha creato la fusione con altre etnie.

6 milioni sono solo cittadini marocchini e algerini presenti sul territorio, cosa che rende inevitabile una vera e propria unione nella popolazione francese, anche nello sport. Con questa integrazione maggiore, dovuta anche alle ex colonie passate del Paese, dal 2018 fino ad oggi più della metà dei convocati della Francia ha origini africane, nonostante siano quasi tutti nati su territorio francese. Con radici principalmente incentrate nell’Africa occidentale e centrale, da Zidane a Mbappé, il gruppo ha sempre contato una percentuale straniera.

L’Italia invece, non riesce ad avvicinarsi totalmente a questa idea: nonostante, come la maggior parte dei paesi in Europa, abbia un tasso di immigrazione molto elevato. Infatti nella nostra Nazionale c’è veramente poca multiculturalità. 

La causa è sicuramente la mancanza di fusione totale tra più etnie nella nostra società, la quale fa ancora fatica ad accettare completamente i figli di immigrati naturalizzati nella Nazionale Italiana. 

Un modello scelto invece da moltissime altre, come Inghilterra, Germania, Spagna, ma che noi continuiamo a non prendere in considerazione in maniera seria.

Chi resta fermo e chi progredisce

Oltre a questo, manca un vero e proprio ricambio generazionale, che permette ai vecchi di essere rimpazziati da giovani pronti e preparati. La nostra Nazionale non è da buttare, quindi, ma è solo bisognosa di cambiamento, di rinnovo, e di vertici capaci di fare le giuste scelte.

La tradizione sportiva che il nostro paese ha intorno a sé è indelebile, ma è necessario renderle giustizia e onore, sviluppando un gruppo moderno ed efficace, rischiando se serve.

Baldini lo ha fatto: ha rischiato, ha tentato, senza avere nulla da perdere. 

Quello che serve al sistema italiano non è un semplice nuovo ciclo, ma una rottura vera e propria dall’idea che la Nazionale sia un museo di nomi importanti.

Distruggere in maniera totale le concezioni intese come dogma (giocano solo italiani da 6 generazioni o solo giocatori di Serie A o dit top club)per ricostruire sopra alle macerie con delle novità che siano a lungo termine: questo deve essere l’obiettivo ora.

L’elezione giá preannunciata di Malagò dovrebbe essere il punto di partenza di questo rinnovamento: l’adattamento agli altri modelli europei che passi prima dal gruppo della Nazionale maggiore e che venga seguito poi dal club italiani.

La Francia 16 anni fa ha fatto la scelta giusta: ha smesso di proteggere i nomi e ha iniziato a proteggere il sistema, innalzando di fatto un imponente gradino sopra di noi.

Alla fine il punto non è più Francia contro Italia, ma diventa una scelta tra due modelli: uno che costruisce ricambio generazionale al 100% e uno che lo rimanda. Uno che ha accettato di perdere oggi per vincere domani e uno che vuole salvare tutto oggi, anche a costo di non vincere più nulla domani.

Autore

  • 19 anni, studentessa di Scienze della comunicazione e aspirante giornalista sportiva. Nella redazione di Fuori Dal Gioco mi occupo esclusivamente di scrivere contenuti calcistici, italiani ed europei. Mi piace parlare di dinamiche e argomenti in maniera schietta, mettendo in evidenza punti negativi e positivi di ogni storia o giocatore che racconto.

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