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Centroavanti: il numero 9 sta morendo?

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Calcio, Campionati esteri, Serie A –

Centroavanti: il numero 9 sta morendo?

Raphinha veste la numero 11, Ousmane Dembélé la 10. Nessuno dei due è cresciuto pensando di diventare un centravanti e per gran parte della loro carriera sarebbe stato difficile perfino immaginarli stabilmente al centro di un attacco. Eppure oggi capita di trovarli proprio lì, nella zona di campo che per decenni è appartenuta quasi per diritto naturale al numero 9.

Questo titolo, allora, non è soltanto una questione di maglie. Il centravanti esiste ancora, continua a segnare e rimane probabilmente la figura più immediatamente associata al gol. È cambiato però il modo di esserlo. Sempre più spesso il giocatore che occupa il centro dell’attacco non è quello che aspetta il pallone dentro l’area, ma quello che da quell’area entra ed esce continuamente. E forse è proprio per questo che il centravanti, almeno quello che abbiamo conosciuto per gran parte della storia del calcio, non veste più necessariamente la 9.

Il centravanti è diventato lo spazio da occupare: il metodo Flick

Hansi Flick si è ritrovato davanti a una situazione che, qualche anno fa, avrebbe probabilmente avuto una soluzione quasi obbligata. Robert Lewandowski ha lasciato Barcellona, Ferran Torres è partito e il tentativo di arrivare a Julián Álvarez non si è concretizzato. Il club ha poi acquistato Gabriel Jesus, al quale è stata consegnata anche la maglia numero 9, ma prima ancora del suo arrivo Flick aveva già trovato una risposta differente: spostare Raphinha al centro dell’attacco. Il brasiliano, nato e cresciuto calcisticamente da esterno, ha iniziato la stagione proprio in quella posizione, segnando nove gol nelle prime sei partite di Liga e diventando uno dei simboli dell’avvio del Barça.

Il centroavanti moderno e ridisegnato

La particolarità, però, non sta semplicemente nel vedere un’ala giocare da punta. Succede da anni. Ciò che rende interessante il caso del Barcellona è il modo in cui Raphinha interpreta quella posizione. Non occupa permanentemente lo spazio tra i centrali, non aspetta che la squadra arrivi fino a lui e soprattutto non rappresenta un punto fermo attorno al quale gli altri devono muoversi. Fa quasi il contrario: esce dall’area, si allarga, scambia la posizione con Lamine Yamal e con gli altri uomini offensivi, viene incontro e poi riattacca la profondità. Il centravanti esiste, ma può cambiare volto più volte all’interno della stessa azione.

In fondo anche la scelta di Gabriel Jesus racconta qualcosa. Il brasiliano indossa la 9 del Barcellona, mentre Raphinha conserva la sua 11, ma sarebbe difficile utilizzare il numero di maglia per capire chi dei due rappresenti davvero il centravanti più tradizionale. Jesus ha costruito la propria carriera proprio sulla mobilità, sulla capacità di allontanarsi dalla porta e sulla partecipazione al gioco. La 9 rimane sulle spalle; ciò che rappresenta, invece, continua a cambiare. Il Barcellona ha ufficializzato per questa stagione Jesus con il 9 e Raphinha con l’11, un dettaglio quasi perfetto per raccontare la distanza ormai esistente tra il numero e la funzione.

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Da Messi e Guardiola fino a Luis Enrique al PSG: il 10 che diventa centravanti

A Parigi il processo è iniziato prima ed è arrivato ancora più lontano. Ousmane Dembélé è stato per anni uno degli esterni più riconoscibili del calcio europeo. Velocità, dribbling, capacità di giocare su entrambe le fasce e una naturale tendenza ad allontanarsi dal centro. Luis Enrique lo ha progressivamente portato proprio lì, senza però provare a trasformarlo in qualcosa che non fosse. Il PSG stesso descrive la sua evoluzione come il passaggio da ala imprevedibile ad attaccante completo e decisivo, uno dei protagonisti delle due Champions League consecutive vinte dal club.

Dembélé non ha imparato a essere il vecchio centravanti. È il ruolo di centravanti a essersi adattato a Dembélé.

Ed è probabilmente qui che si trova la trasformazione più importante. Un tempo il numero 9 identificava quasi sempre un giocatore preciso, con caratteristiche riconoscibili e una zona di competenza abbastanza definita. Oggi identifica sempre più spesso uno spazio da attaccare. Qualcuno deve occuparlo, perché il calcio non ha ancora trovato il modo di segnare senza entrare nei pressi della porta, ma non è più necessario che a farlo sia sempre la stessa persona. La punta può abbassarsi mentre un esterno taglia dentro, il falso nove può portare con sé un difensore e liberare l’inserimento di un centrocampista, l’ala può iniziare l’azione vicino alla linea laterale e terminarla a pochi metri dal portiere.

Non è un’invenzione del calcio contemporaneo. Messi con Guardiola e Fàbregas nella Spagna di Vicente del Bosque avevano già mostrato quanto potesse essere destabilizzante rinunciare a un riferimento offensivo tradizionale. La differenza è nella percezione. Allora giocare senza un vero centravanti rappresentava una scelta abbastanza particolare da diventare un argomento tattico a sé. Oggi vedere Raphinha o Dembélé partire al centro dell’attacco non sembra più una rivoluzione.

È diventata una possibilità come le altre.

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Da Haaland a Kane: gli ultimi 9 superstiti

Poi esiste Erling Haaland.

Ed è probabilmente osservandolo che ci si accorge di quanto sia cambiato tutto il resto. Haaland conserva ancora molti degli elementi che hanno costruito l’immaginario del grande centravanti: il fisico, l’ossessione per la profondità, la ricerca continua della porta e soprattutto la capacità di vivere una partita attraverso pochissimi palloni. Nella scorsa stagione ha segnato 38 gol in 52 partite con il Manchester City, 27 dei quali in Premier League, vincendo per la terza volta in quattro anni la classifica marcatori del campionato inglese.

Quando lo si guarda giocare è ancora possibile riconoscere qualcosa di antico. Il difensore che sa sempre dove sia ma non riesce comunque ad anticiparlo, la corsa alle spalle della linea, il pallone attraversato da tutta l’area sul quale compare improvvisamente un piede. In un calcio in cui tutti sembrano dover partecipare a qualsiasi fase del gioco, Haaland conserva quasi il privilegio della specializzazione. Ma può permetterselo perché è Haaland.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della questione. Il centravanti classico non sembra essere diventato inutile; sembra essere diventato estremamente difficile da giustificare se non raggiunge livelli eccezionali. Se una squadra rinuncia a parte della fluidità offensiva, del palleggio o della pressione per lasciare al proprio attaccante il compito principale di attaccare la porta, quell’attaccante deve garantire qualcosa che gli altri non possono offrire. Deve segnare abbastanza da rendere conveniente costruire parte del sistema intorno alla sua presenza.

Oggi per essere centroavanti non basta più esserlo

Harry Kane rappresenta invece l’altra possibilità. Continua ad avere numeri da centravanti antico — 36 reti nell’ultima Bundesliga e 61 complessive con il Bayern nella stagione 2025/26 — ma il suo gioco è diventato quasi la dimostrazione di ciò che un numero 9 deve sapere fare per sopravvivere nel calcio attuale. Kane viene incontro, rifinisce, cambia gioco, manda in porta gli esterni e può iniziare un’azione molto lontano dalla zona in cui, pochi secondi dopo, sarà lui stesso a concluderla. Il Bayern lo definisce non soltanto un finalizzatore, ma anche un playmaker e un attaccante capace di guidare il pressing.

Haaland e Kane sono quindi due sopravvissuti molto diversi. Il primo ricorda quanto possa essere ancora devastante un centravanti costruito principalmente per arrivare alla porta; il secondo mostra quanto quel ruolo possa evolversi senza perdere la propria identità. Uno sembra resistere al cambiamento attraverso una capacità realizzativa fuori scala, l’altro lo ha assorbito fino a diventare contemporaneamente numero 9 e uomo di costruzione.

Entrambi, però, raccontano la stessa cosa: oggi per essere davvero centravanti non basta più semplicemente esserlo.

Un tempo la maglia numero 9 era quasi una descrizione del lavoro. Bastava guardare la formazione e si poteva immaginare chi avrebbe giocato spalle alla porta, chi avrebbe occupato l’area e chi avrebbe passato buona parte della serata a lottare contro i due difensori centrali. Oggi quella maglia sopravvive, ma non dà più le stesse informazioni. Ferran la indossa al PSG pur essendo cresciuto da esterno, Gabriel Jesus la porta a Barcellona mentre Raphinha può giocare al centro con l’11. Dembélé è diventato un riferimento offensivo con il 10 sulle spalle.

L’immagine del numero 9 rimane. Il suo significato, molto meno.

Non è sparito il ruolo, solo il modo di identificarlo

Forse è anche per questo che la trasformazione del ruolo lascia una sensazione diversa rispetto a tante altre evoluzioni tattiche. Non sta cambiando soltanto una posizione sulla lavagna. Sta lentamente scomparendo uno dei personaggi più riconoscibili del racconto calcistico.

Il vecchio centravanti poteva essere quasi assente dalla partita e diventarne comunque il protagonista. Filippo Inzaghi poteva passare minuti interi camminando sul confine del fuorigioco, David Trezeguet toccare pochissimi palloni, Ruud van Nistelrooy costruire quasi tutta la propria pericolosità dentro una porzione di campo relativamente piccola. Non serviva che fossero ovunque, perché esisteva un luogo preciso in cui dovevano esserci.

L’area.

Quel tipo di giocatore aveva anche una sua mitologia. Il centravanti che sembrava non partecipare alla partita, finché all’88° minuto un pallone rimaneva vagante a cinque metri dalla porta. Il difensore poteva aver dominato per un’ora e mezza, ma bastava perdere mezzo secondo perché tutto il resto venisse cancellato. Era probabilmente uno degli ultimi ruoli in cui un singolo gesto poteva giustificare quasi completamente novanta minuti di attesa.

Il numero 9 non muore mai, cambia solo lavoro

Il calcio attuale concede sempre meno quella possibilità. Al portiere viene chiesto di iniziare l’azione, ai centrali di costruire, ai terzini di entrare a centrocampo e agli esterni di difendere. Sarebbe strano che proprio il centravanti fosse rimasto l’unico autorizzato a svolgere una sola funzione. Anche lui deve muoversi, partecipare, creare spazio e adattarsi a strutture in cui le posizioni hanno confini sempre meno visibili.

Probabilmente, quindi, il numero 9 non sta davvero morendo. Sarebbe difficile immaginare un calcio completamente privo di chi vive per il gol, perché alla fine ogni sistema, per quanto sofisticato, deve trovare qualcuno capace di mandare il pallone dentro una porta.

Sta morendo piuttosto l’idea che per fare il centravanti basti aspettarlo lì.

Raphinha parte con l’11, Dembélé con il 10. Haaland continua invece a correre verso la porta con il 9 sulla schiena, mentre Kane utilizza lo stesso numero per muoversi spesso lontanissimo dall’area. Quattro giocatori e quattro modi differenti di occupare quello che un tempo sembrava uno dei ruoli più semplici da definire.

Il centravanti è ancora lì.

Soltanto che, ormai, riconoscerlo dal numero sulla maglia non basta più.

Autore

  • 20 anni, studente romano di giornalismo e aspirante telecronista. Collaboro con Fuori Dal Gioco nella stesura di articoli relativi in particolare al mondo del calcio, mi piace approfondire e raccontare in modo diverso ciò che gli occhi sono già in grado di vedere.

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