21 Settembre 2026
Quante volte capita di rendersi conto di aver sbagliato o di essere stato troppo precipitoso in un giudizio sommario. E forse proprio la consapevolezza di essersi fatti trascinare dal proprio lato emotivo è una chimera apparentemente inarrivabile. Dunque è proprio la fretta il nemico pubblico numero del buon tifoso che si rispetti, quello che magari va allo stadio tutte le domeniche e passa il tempo a leggere i giornali. Forse un’abitudine desueta e soppiantata dall’instabile frenesia al commentare, visionare e bofonchiare qualcosa contro un post, un video o qualche riga arrabattata da un sedicente tuttologo di settore. Proprio come nel cupo thriller psicologico “L’uomo dei sussurri”, in cui un passato inquietante e voci all’apparenza inafferrabili tornano a tormentare i protagonisti intrappolandoli in un incubo a occhi aperti, Ruben Amorim è finito – inizialmente a sua insaputa – dentro questo turbinio di fantasmi, pensieri e voci che come unica conseguenza possibile hanno quella di opacizzarne la vista. In un circolo vizioso continuo tra prestazioni, condanne e troppi patemi d’animo, a volte serve avere solo delle spalle larghe. E anche tanta pazienza.
La barca milanista vive nel costante movimento ondivago sobbalzato da scossoni societari, figure di potere non troppo rassicuranti e un momento storico poco rincuorante. Anzi, l’universo Milan ha subito un atterraggio nel mondo reale dagli effetti devastanti: l’ubriacatura dello scudetto 2021/2022 ha lasciato il posto a una realtà devastante. E i problemi non sono solo in casa. L’annoso rapporto stracittadino ha travalicato una funzione spettacolare e quasi voyeuristica del confronto, polarizzandosi in un confronto netto tra “noi” e “loro” laddove il successo di uno significa sofferenza per l’altro. Ecco, appunto, riformulato questo concetto in un’equazione semplice: lo stato di grazia interista crea un sentimento di crescente frustrazione interna per il popolo rossonero. E tale scenario è assolutamente legittimo e costitutivo della rivalità stessa. Se non fosse che spesso si cada nell’isteria collettiva, come se la squadra fosse condannata a un fato misero e nefasto a causa di una maledizione.
La pressione passionale, esercitata dal tifoso, si tramuta in agitazione ed esasperazione continua. Senza scordare il clima di sospetto verso qualsiasi aspetto non gradito graviti attorno al proprio universo di fede. Indubbio è, ovviamente, la presenza di una situazione societaria torbida: tra ruoli non definiti e figure professionali appariscenti e, per citare un celebre film con Kevin Costner, intoccabili – nel senso di una presenza reale, concreta e tangibile nel mondo della squadra che è altamente opinabile. Il tifoso si sente quindi privato di una figura chiara e onnipresente. Una guida su cui riporre le più rosee speranze e aspirazione. Senza essa decide pertanto di porgere non più fiducia ma solo sospetto e tanti dubbi. E i dubbi, si sa, alimentano l’impazienza.

Immaginate di essere nuovi al lavoro. Compiti, sistemazioni, fretta e un capo esigente. La prima cosa che cercate è la pace fraterna tra colleghi o il caldo abbraccio di qualcuno che ti aspetta a casa. Ruben Amorim non può permettersi il lusso di avere un porto sicuro dato che il suo nemico numero uno è invisibile, sfuggente e sagace. L’ammontare di critiche piovute sulla testa del tecnico portoghese potrebbe far pensare di essere a fine stagione o, magari, alla fine di un ciclo. La cosa assurda è che sono passati tre mesi dal suo insediamento e sei partite ufficiali tra campionato ed Europa League. Il concetto di dilatazione temporale adottato da giornalisti e opinionisti sarebbe un’ottimo esempio dell’influenza del cinema di Nolan sulla società.
Domande sulla formazione, invenzioni su presunti scontri intestini, addirittura la fuoriuscita di alcune dichiarazioni di Cardinale in cui ne confermava la fiducia, come a sondare il terreno per un futuro esonero popolare. Tutte micronarrazioni con lo scopo, non dichiarato, di minare la fiducia di un nuovo tecnico giovane, volenteroso e a cui non è concesso di sbagliare. Se per sbagliare s’intendono 11 punti in 5 partite e momentaneo -2 dal primo posto. Lo stesso tecnico è parso a più riprese intontito e infastidito dai tentativi, anche spesso presuntuosi, di alcuni addetti ai lavori come accaduto nella conferenza stampa pre Milan-Lecce. Un giornalista ha criticato le scelte di formazione di Amorim, dando voce ai dubbi dei tifosi. L’allenatore ha risposto con trasparenza, spiegando che creare una squadra vincente richiede valutazioni complesse.

Questo approccio aperto al confronto potrebbe rivelarsi molto prezioso per l’ambiente milanista. E intrinsecamente ha mostrato come i dubbi sulla sua comunicazione pubblica, sorti ai tempi dello United, siano il passato.
Dicevamo la fretta. Spasmo emotivo dettato da una condizione di presunta e percepita inferiorità cittadina: per il tifoso se l’Inter – ricordiamo campione in carica e mattatrice indiscussa di questi ultimi anni – fa 10, il Milan ha l’obbligo – da vita o morte – di fare 11. Un modo di vivere il calcio, così come la vita, tossico e senza pazienza, in un circolo vizioso in cui la troppa fretta alimenta l’isteria e viceversa. Certo, è legittimo proporre dubbi e perplessità nel momento subito successivo a una prestazione non brillante come quella di Milan-Benfica. Tuttavia il clima dopo la debacle europea sembrava richiamare echi non troppo lontani come quelli di Milan-Cagliari. Tutto era agghindato per il funerale calcistico di un allenatore alla prima sconfitta dopo 4 partite da imbattuto. A volte bisognare solo dare fiducia, per Amorim se è e se sarà l’uomo giusto per il Milan bisogna rivolgersi al tanto decantato padre tempo.
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