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Tutti possono essere Luther Blissett

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Back to the past, Calciatori dimenticati, Calcio, Serie A –

Tutti possono essere Luther Blissett

La vita del calciatore è troppo spesso segnata e all’apparenza prestabilita. Il sogno e la fantasia lasciano spazio a una linearità deterministica, quasi divina, come se dovesse seguire delle tappe tirate a sorte con i dadi. Dopo il ritiro, quando le luci si sono finalmente spente quello che un tempo era un campione acclamato deve fare i conti con la realtà. E lo fa guardando nello strapiombo del dimenticatoio. Vuoto, alto e spaventoso. La lista dei giocatori discreti rimasti ancorati saldamente nella memoria collettiva si riduce a una manciata di nomi. Oggi, grazie ai social, riportare a galla quel passato è più facile: filmati d’archivio, clip e video compilation potenziano, a volte esagerando, il ricordo.

Quasi sempre il ricordo è associato alle gesta sul campo. Quasi sempre, Non sempre. Luther Blissett, che ai più potrebbe sembrare un giocatore inventato uscito direttamente dalla fucina di Football Manager, è il perfetto caso di memorabilità dovuta a uno sganciamento dal referente originario: dalla non memorabile avventura al Milan a un caso tutto italiano che incrocia arte, attivismo ed editoria.

Luther “Miss it!”

Il vero Luther Blissett esordisce a diciassette anni con la maglia del Watford, club inglese noto ai più per essere stato di proprietà di Elton John. Centravanti, nero, in anni in cui i calciatori neri in Nazionale si contavano sulle dita di una mano: Blissett vince il titolo di capocannoniere e si prende un posto tra i primi a vestire la maglia dei Tre Leoni. Eppure all’inizio la porta sembra un’idea astratta, e i tifosi lo ribattezzano “Luther Miss it“. Sbaglialo, appunto.

Nel 1983 il presidente del Milan Giuseppe Farina lo porta in Italia. Il bilancio è impietoso: cinque reti in trenta presenze. Farina, con un’uscita che ha fatto la storia del calciomercato, ammette di aver seguito il consiglio di un giardiniere di Londra. Gianni Brera lo battezza “Callonissett”, omaggio sarcastico a Egidio Calloni, lo “Sciagurato” di un altro Milan sbagliato. A fine stagione Blissett torna al Watford e continua a fare cose discrete. Nel 1994 appende la carriera da giocatore per quella da allenatore, resta nello staff del Watford dal 1996 al 2001, poi torna in campo con qualche squadra minore inglese. Nel 2007 decide persino di fondare una scuderia automobilistica. Una vita normale, insomma. Se non fosse per il nome.

Luther Blissett
Luther Blisset durante un Milan-Juve.

Blissett: nome multiplo di persone

A fine carriera, mentre il Blissett vero allena a Watford, un altro Blissett comincia a girare per l’Italia. Non ha un volto e non ha un passaporto: è un nome multiplo, adottato da un’ampia rete di artisti, attivisti e burloni sparsi tra Bologna e Roma. Chiunque può firmarsi Luther Blissett, e per questo nessuno lo è davvero. Il Luther Blissett Project nasce così, come un esperimento sull’identità e sull’autorialità: un’identità aperta, condivisa, senza proprietari. Perché proprio quel nome? La leggenda lo lega all’avventura rossonera, un flop abbastanza clamoroso da rendere il nome innocuo, e abbastanza esotico da suonare falso. Il nome del peggior centravanti del Milan diventa così lo schermo perfetto su cui proiettare chiunque.

Luther Blissett
Manifesto di Luther Blissett
Luther Blissett
Icona di Luther Blissett

Beffe mediatiche e ideologia

Il progetto sovversivo ha mosso una vera e propria guerriglia contro l’industria culturale, promuovendo campagne di solidarietà non convenzionali a sostegno delle vittime di censura e repressione. Il Luther Blissett Project impara presto che il modo migliore per smontare i media è farsi dare ragione dai media. Le burle diventano un’arte: false notizie recapitate a giornali e televisioni che le bevono senza controllare. Il caso più celebre è quello di Harry Kipper, un artista inglese inventato che avrebbe attraversato l’Europa in bicicletta tracciando sulla mappa la scritta “ART”, fino a sparire nel nulla. “Chi l’ha visto?” ci crede e lo cerca in diretta.

L’arte non è al riparo dalla stessa logica. Nel 1999, alla Biennale di Venezia, va in scena la personale postuma di Darko Maver, artista serbo dato per morto sotto le bombe della NATO. Le opere sono crude, la storia è commovente, il mondo dell’arte abbocca. Peccato che Maver non sia mai esistito. A inventarlo è il Luther Blissett Project, che con questa operazione segna anche il debutto del collettivo 0100101110101101.ORG, destinato a diventare il duo Eva e Franco Mattes. Un martire costruito a tavolino per mostrare quanto basti una buona storia per far credere qualsiasi cosa a chi dovrebbe saperne di più.

Fake news ante litteram?

Letto oggi, nell’era delle fake news, il gioco rischia di apparire come qualcosa di molto più cupo. Ma per i suoi autori le burle di Blissett erano un’altra cosa: storie complesse, costruite per essere abitate a lungo, a volte per anni, mentre ne venivano studiate le ripercussioni sul sistema dei media, fino al momento in cui si decideva di portarle al culmine. Quattro i fini dichiarati. Il primo, controinformativo: incrinare lo sguardo di una parte dell’opinione pubblica su un tema, far nascere dubbi su come i media lo raccontavano. Un secondo pedagogico, perché a ogni beffa seguiva lo smontaggio: tattiche esposte, automatismi culturali messi a nudo, e la spiegazione contava più dello scherzo. Il terzo, mitopoietico: ogni rivendicazione accresceva la reputazione del nome, rendendolo più attraente e carico di affettività, e chi lo adottava si sentiva parte di una comunità aperta, con uno stile e un immaginario condivisi. Il quarto, semplicemente ludico: la reputazione di Blissett era un mosaico di tasselli sparsi tra i media, in continua evoluzione, e il gioco consisteva nel creare e raccontare storie che confluivano l’una nell’altra.

Q, Umberto Eco e Seppuku.

Nel 1999 il gioco cambia scala. Con Einaudi esce “Q“, romanzo storico ambientato nell’Europa delle guerre di religione. Il libro diventa un successo, tradotto in tutto il mondo. Il collettivo che predicava l’anonimato si ritrova travolto dalla notorietà. Se pensate che sia impossibile arricchire di surrealismo questa esperienza, vi sbagliate. Nel 1997, il settimanale tedesco Der Spiegel, affida la paternità del progetto allo scrittore italiano Umberto Eco.

Il colpo di scena è un altro. Il 1° gennaio 2000 il progetto celebra il proprio suicidio rituale, un seppuku simbolico che dichiara chiusa l’esperienza di Luther Blissett. Dalle ceneri nasce Wu Ming, “senza nome” in cinese, collettivo che continua a scrivere romanzi senza il culto dell’autore. È la parabola perfetta: un nome rubato a un centravanti sfortunato, trasformato in un movimento e poi in un caso letterario, e infine lasciato andare, perché a un nome multiplo non resta che morire per restare di tutti. Intanto a Watford un uomo di nome Luther Blissett continua a essere quello vero. Ma di quale dei due Blissett ci ricordiamo oggi?

Autore

  • Studio Editoria e comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Mi limito a scrivere di calcio, con sottile ironia, su Fuoridalgioco perché palla al piede sono un disastro. Se non esistesse il calcio passerei le giornate parlando di teorie e tecniche degli scacchi, ma in realtà lo faccio già. Piango ogni volta che vedo un video di Pato al Milan o parte Touch dei Daft Punk.

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