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Mesut Özil, tedesco quando vince, immigrato quando perde

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Calcio, Calcio e politica –

Mesut Özil, tedesco quando vince, immigrato quando perde

Momenti, immagini e un percorso che attraversa due Paesi. Nel 2014 Mesut Özil vinceva (da protagonista) il Mondiale con la “sua” Germania. Quattro anni dopo, qualcosa si rompe: “Sono tedesco quando vinciamo, ma un immigrato quando perdiamo”. L’addio alla nazionale, dopo il fallimento in Russia, crea più di qualche polemica. Özil si sente discriminato e volte le spalle al “suo” Paese. Il simbolo dell’integrazione diventa il nemico politico. Una frattura netta che si riflette nella scelta di diventare – dal febbraio 2025 – un dirigente dell’AKP, il partito del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

Il confine invisibile di Özil

Due istantanee. Otto anni di distanza. Nella prima, Özil stringe la mano ad Angela Merkel negli spogliatoi. Ha appena segnato contro la Turchia, il Paese d’origine della sua famiglia, ed è diventato uno dei simboli dell’integrazione tedesca. Nella seconda (nel maggio 2018), posa accanto a Erdoğan.

Il presidente turco è impegnato nella campagna elettorale e le fotografie vengono diffuse dal suo partito. Quello scatto scatena uno scandalo: molti interpretano il gesto come un sostegno alle politiche autoritarie. Özil si difende sostenendo di voler soltanto mostrare rispetto per il Paese d’origine della propria famiglia. “Ho due cuori, uno tedesco e uno turco”. Ma dopo l’eliminazione ai Mondiali dopo la fase a gironi, il calciatore diventa bersaglio di numerose critiche. Özil abbandona la nazionale con una lunga lettera. Accusa alcuni dirigenti federali e parte dell’opinione pubblica di aver messo in discussione la sua appartenenza nazionale.

Erdoğan, il testimone di nozze

Ormai lontano dal mondo tedesco, Özil scopre tutte le sue carte. Nel giugno 2019 sposa l’attrice ed ex Miss Turchia Amine Gülşe. E tra gli invitati c’è proprio Erdoğan, che partecipa come testimone di nozze: è la conferma pubblica di un rapporto personale che ormai va oltre i semplici incontri istituzionali. Un altro passo che lo (ri)avvicina sempre di più al mondo turco. Prima come calciatore, poi come politico.

Nel 2021 Özil lascia l’Arsenal direzione Fenerbahçe, poi gioca nell’İstanbul Başakşehir. Nel 2023 annuncia il ritiro dal calcio professionistico. Due anni dopo viene eletto nel Consiglio centrale decisionale e amministrativo (MKYK) dell’AKP, il partito conservatore di ispirazione islamica guidato da Erdoğan. La maschera cade: Özil non è più solo un simpatizzante, ma assume un ruolo formale negli organismi dirigenti del partito. All’epoca, secondo la sua versione, era stato un gesto di rispetto verso le proprie radici. Sette anni dopo, invece, l’impegno politico è esplicito.

Il dibattito politico

La domanda, allora, sorge spontanea. Un cittadino tedesco, nato e cresciuto in Germania ma con origini straniere, viene considerato a tutti gli effetti tedesco anche quando compie scelte politiche contestate? Volto di una Germania multiculturale, il suo sfogo – e quella celebre frase – cambia la prospettiva.

Sotto accusa finisce soprattutto il presidente della federazione, Reinhard Grindel, chiamato in causa direttamente nella lettera di Özil. La DFB respinge le accuse di razzismo, pur riconoscendo una parte di responsabilità nelle polemiche suscitate dalle fotografie con Erdoğan. Il 26 luglio Grindel ammette che avrebbe dovuto condannare con maggiore chiarezza gli attacchi razzisti, ma respinge le accuse rivolte a lui e alla federazione. Ad agosto, in un’intervista a Bild am Sonntag, si dice dispiaciuto che Özil si sia sentito abbandonato dalla DFB e nega di averlo indicato come responsabile dell’eliminazione in Russia: «Vinciamo insieme e perdiamo insieme».

Il caso Özil arriva fino ai vertici della politica tedesca. Angela Merkel esprime inizialmente perplessità sulla fotografia con Erdoğan, ma dopo l’addio del calciatore alla nazionale il governo invita a rispettarne la decisione, ricordando il suo contributo alla Germania (calcistica). Più netta la posizione della ministra della Giustizia Katarina Barley, esponente della SPD, che considera un segnale d’allarme il fatto che un campione tedesco possa sentirsi indesiderato nel proprio Paese a causa del razzismo. Di tutt’altro parere Alice Weidel, esponente dell’AfD, il partito di estrema destra, che interpreta la vicenda come un esempio del fallimento dell’integrazione.

Insomma, la questione è molto più grande di quella che sembra. Perché in 4 anni – da un estremo all’altro – è scoppiata una contraddizione che ha trasformato la storia di un calciatore in una riflessione sull’identità di un intero Paese.

Autore

  • Guardo, ascolto e provo a dare un giudizio. Che sia calcio giocato o dietro le quinte. Il tutto con un chiave pop-moderna. Alla ricerca della curiosità e dell’unicità. Senza dimenticare le radici di un passato che fa ancora discutere e che divide l’opinione pubblica.

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