17 Luglio 2026
Le polemiche del Mondiale 2026 sono iniziate molto prima del calcio d’inizio.
Il 13 giugno 2018, mentre a Mosca Gianni Infantino festeggiava per l’assegnazione dei Mondiali 2026 al triumvirato nordamericano, Stati Uniti, Messico e Canada, poco più a sud c’era già qualcuno che storceva il naso davanti alle telecamere della TV venezuelana Telesur.
Diego Armando Maradona lanciò una provocazione e previde ciò di cui siamo spettatori adesso: “Non mi piace. Non c’è passione. I canadesi saranno anche bravi a sciare, gli Usa faranno 4 tempi di 25 minuti per la pubblicità e ne esce vincitore il Messico, ma non lo merita perché vince 2 partite, ma poi arrivano Brasile o Germania, come è successo a me, e subito va fuori”.
Otto anni dopo Diego sembra aver avuto ragione. In questo Mondiale il calcio è diventato un semplice riempitivo tra un blocco pubblicitario e l’altro. Il romanticismo della coppa più ambita di tutte è stato definitivamente seppellito per fare spazio al cinico e spudorato business dello sport.
Le polemiche per l’assegnazione di questa edizione al blocco nordamericano non sono mai state poche. L’obiettivo della FIFA è da sempre stato quello di costruire il mondiale più grande di sempre, seguendo il dogma statunitense, secondo cui bisogna fare le cose sempre in grande: more is more.
Tre stati ospitanti. 48 squadre. 104 partite. A Zurigo hanno agito con un solo scopo: più gare significano maggiori ricavi dai diritti televisivi, nuove opportunità di sponsorizzazione e un incremento degli incassi ai botteghini. La Fifa ha scelto il Nord America proprio per questo motivo. La maggiore federazione calcistica internazionale usciva da anni di polemiche, tra l’assegnazione dei Mondiali alla Russia e al Qatar, e non solo. Stati Uniti, Canada e Messico sono stati l’occasione perfetta per rifarsi l’immagine e soprattuto i fondi.
La Coppa del Mondo è uno degli eventi sportivi più seguiti al mondo, generando miliardi di dollari. Ma la maggior parte dei ricavi finisce nelle casse della FIFA. Solo una minima parte, e indirettamente, rimane nei territori che la ospitano e i costi organizzativi gravitano proprio sui contesti locali.

Secondo il The Guardian, il Mondiale incasserà circa 13 miliardi di dollari. Sarebbe l’evento sportivo più redditizio di sempre. Un cifra ambiziosa per il ciclo commerciale 2023-2026. Il solo torneo vale circa 8,9 miliardi di dollari. Ma c’è un grandissimo paradosso: mentre Infantino si sfrega le mani davanti a un bilancio da cifre folli, alcune delle 48 squadre partecipanti fanno addirittura fatica a far quadrare i conti. Il calcio dei popoli è stato ridotto a un feudalesimo finanziario, dove il padrone si tiene l’incasso.
In generale la FIFA ha registrato un aumento delle revenues su tutti i fronti, dalle sponsorizzazioni, ai biglietti, alle hospitatility. Le analisi prospettano un guadagno di 3 miliardi di dollari in termini di ticketing, una crescita esorbitante considerando che, nell’ultima edizione in Qatar, la cifra raggiunta era stata di 950 milioni.
Ed è proprio qui che si è sviluppata una delle polemiche del Mondiale 2026, in questo caso sollevata proprio dai fan. La Football Supporters Europe ha inviato un reclamo ufficiale alla Commissione europea, denunciando che il costo minimo per un tifoso disabile che volesse seguire la propria squadra dalla prima partita fino alla finale sarebbe di 6.900 dollari solo per i biglietti, ovvero cinque volte di più rispetto al Qatar.
Per la finale il biglietto più costoso ha raggiunto il costo surreale di 10990 dollari, quasi sette volte tanto rispetto all’ultima edizione. L’unica risposta che la FIFA è stata in grado di dare è che più di mille biglietti sarebbero stati venduti a 60 dollari. Una narrazione poco credibile vista la rilevanza e l’importanza della partita, utile solo a ripulirsi l’immagine in un contesto di business sportivo, in cui persino l’aria attorno allo stadio è monetizzata.

Ma non solo. Visto che l’obiettivo era evidentemente quello di escludere i fan dalle competizioni, alla fine della scorsa estate la FIFA ha confermato l’utilizzo di un sistema di prezzi dinamico. Il sistema aumenta i prezzi in base alla domanda del mercato. Sostanzialmente un metodo per far andare giù meglio la pillola, scommettendo sul fatto che il tifoso, annientato dall’hype del torneo, preferirà sborsare cifre esorbitanti, piuttosto che rinunciare alla partita.
La speculazione sui biglietti è solo la punta dell’iceberg di un sistema che vive per i soldi. Gli sponsor contribuiscono con ben 2,7 miliardi di dollari totali, il +37% rispetto al Qatar. I FIFA Partners, come Coca Cola, arrivano a sborsare tra i 100 e 200 milioni di dollari a testa per ogni ciclo quadriennale. Ma spicca anche Aramco. L’accordo è puro ed esplicito sportwashing da oltre 100 milioni l’anno. Un’ipocrisia commerciale talmente grave, da aver scatenato una rivolta da parte di 100 calciatrici che hanno scritto una lettera al presidente Infantino, reclamando di rompere gli accordi con la compagnia petrolifera saudita, poichè si tratta di un “regime autocratico che viola in maniera sistematica i diritti delle donne e criminalizza la comunità Lgtbiq+”.

Nemmeno le maglie delle Nazionali sono esuli da questo business. Un tempo la maglia era simbolo sacro di idenità e appartenenza. Oggi è diventato un asset all’interno di un mercato che, per le 48 nazioni partecipanti, supera i 500 milioni di dollari all’anno. Il panorama commerciale è dominato da Adidas, Nike e Puma che vestono ben 37 delle 48 nazionali presenti al torneo. L’emblema assoluto di questa deriva, in cui tradizione e passione vengono brutalmente calpestate da soldi, è rappresentato dal clamoroso tradimento della Germania nei confronti di Adidas. La Federcalcio tedesca ha ceduto a Nike, che dal 2027 sposorizzerà la Nazionale con un assegno da record di 100 milioni a stagione.
Le polemiche del Mondiale 2026 non finiscono qua. Al centro del dibattito sono finiti anche gli hydratation break. Sono delle pause a metà tempo, che durano circa 3 minuti (il doppio rispetto ai vecchi cooling break). Molti si sono detti contrari a questa decisione, soprattutto ct e giocatori stessi, che vedono spezzato il ritmo del gioco. Il numero uno della FIFA si è difeso dicendo che le interruzioni sono state istitute solo con fini sportivi, dato che gli accordi commerciali sono stati firmati con largo anticipo. L’argomento fa discutere perché in realtà questo Mondiale ha il grande punto di forza di essere giocato per la maggior parte in stadi estremamente moderni, coperti e con aria condizionata.

Ma al di là della polemica, resta il fatto che queste pause generano un sacco di soldi. Negli Stati Uniti, dove FOX Sports trasmette le pause a schermo intero, una singola inserzione di circa 30 secondi, può valere tra i 200mila e i 300mila dollari, con picchi di 750mila durante le gare della Nazionale. Secondo gli analisti si arriverebbe a un introito di 250 milioni per l’emittente americana. La FIFA non ne beneficia direttamente, ma rende molto più appetibili i diritti televisi per le emittenti, aprendo così la possibilità a nuovi accordi commerciali.

A ridosso della finale di questo Mondiale è doveroso fare alcune riflessioni. Per anni ci hanno raccontato che il calcio appartiene alla gente, ma dopo questa edizione della Coppa del Mondo abbiamo la certezza che “il calcio è di chi lo paga”, non di chi lo ama.
la FIFA registra ricavi record. Gli sponsor investono miliardi. I biglietti sono un lusso riservato a pochi. Tutti guadagnano fiumi di soldi, tranne i tifosi. Pagano sempre di più, per contare sempre meno. Il paradosso di questo Mondiale è che continua a essere venduto come la grande festa del calcio, quando assomiglia sempre di più a una gigantesca operazione commerciale. La passione è rimasta ma è diventata il prodotto numero uno da monetizzare.
Il problema non è che vengono combinati business e calcio. Il problema è che il calcio è diventato il contorno di un business che non conosce limiti.
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