14 Ottobre 2026
Uno dei proverbi italiani più famosi è: “Il mondo è bello perché è vario”. Si esalta la varietà delle persone, delle culture, delle idee come una fonte positiva per ogni ambito. Tuttavia negli ultimi anni il mondo del calcio sembra abbia deciso di rigettare questo concetto. “Ormai si gioca così”, “il mio calcio è solo così”. Queste sono le affermazioni inutili di protagonisti di questo sport per imporre la propria idea, negando che possa essere messa in discussione. E se il mondo è bello perché è vario, quando un allenatore impone schemi diversi dall’ordinario attuale, tipo una difesa solida e compatta, non va condannato. Il mondo attuale però, con i social media che peggiorano la situazione, non vede l’ora di criticare e sentenziare qualsiasi cosa che non sia in linea con gli standard mondiali. Una singola partita non dimostra nulla, né conferma o smentisce un’intera analisi calcistica.
Se le squadre più ambiziose e più forti al mondo adottano tattiche ultraoffensive, in cui i difensori sembrano esistere solo per costruire dal basso, non significa che la fase difensiva debba essere trascurata a priori. In breve: ogni squadra dispone di alcuni mezzi. E se tra questi, ci sono difensori affidabili e solidi, perché devono essere ridotti a fare i registi bassi e a correre dietro la squadra?
Una singola partita, dunque, non dimostra nulla, ma inserita in un contesto di gol subiti ripetuti, diventa un segnale da analizzare. In campionato e in Champions League l’Inter ha subito 14 gol in 8 partite. Il Bayern Monaco ne ha subiti 7 in 7 partite. Il Real Madrid 9 in 9 partite. Il PSG 9 in 7 partite. Bisogna andare avanti?
Non è un caso. Già a inizio settembre, in un reel su Instagram, Fuori Dal Gioco indicava come possibile punto debole dell’Inter l’assenza di un leader difensivo old school, un marcatore fisso come Acerbi.
Allenatori e loro sostenitori diranno che il “loro calcio” (personalizzazione insensata di uno sport globalmente diffuso, perché è una materia troppo vasta da personalizzare) è così: si gioca con centrocampisti e difensori come attaccanti aggiunti, come una squadra di calcetto che gira velocemente la palla e che deve fare almeno 4 tocchi in area di rigore, altrimenti non vale, e che deve correre avanti e indietro, indipendentemente dalla fase di partita. Tutto legittimo, per carità, ma è arrivato il momento di finirla di uniformare tutto. A partire da esaltare i gol più della capacità di non subirli.
Tornando a “L’arte della Guerra” di Sun Tzu, cosa afferma questo storico manuale strategico sulla difesa? Essa è la pietra angolare dell’invincibilità. Il prerequisito fondamentale per ogni offensiva di successo. Ci si difende in maniera stabile quando la propria forza è insufficiente per attaccare il nemico (ecco perché solitamente squadre meno forti, sulla carta, puntano a chiudersi dietro, prima di sferrare l’attacco opportuno nel momento opportuno). Questo perché non va mai offerto un vantaggio al nemico.
Un squadra che vuole dominare, primeggiare e trionfare, che però si mostra vulnerabile in difesa, subendo 4 gol dal Club Brugge (nulla da togliere al merito della squadra belga, ma non si tratta di un top club europeo) o 3 gol dai Vikings, significa che sta snobbando la forza difensiva. Indirettamente si ignora che in molte occasioni la difesa diventa la migliore arma in campo. Gli italiani devono ricordarlo bene: il panorama calcistico mondiale ha sempre temuto la stratosferica “difesa all’italiana”. Eppure, il popolo italiano è il primo che la ripudia, facendola passare per una cosa obsoleta. Non è così.
Anche perché l’Arte della Guerra spiega che un esercito ben posizionato in difesa costringe il nemico ad attaccare in condizioni sfavorevoli, sprecando energie e risorse fino a commettere errori fatali. Come l’Inter nella sconfitta conto il Club Brugge. Sfortunata sì, ma il club belga ha vinto perché ha mostrato maggiore solidità nei momenti decisivi, chiudendosi bene sul 2-3 o sul 3-4 nei minuti finali di partita. Non si resta passivi al 100%, sia chiaro. La difesa serve ad attendere l’istante preciso in cui il nemico mostra una debolezza per passare immediatamente al contrattacco.
La fase difensiva, per inversione, non deve prevalere troppo sulla fase offensiva. Il senso di questa tesi è che nel calcio, come nella vita, ci vuole assoluto equilibrio tra le due fasi. Una squadra può disporre dei migliori palleggiatori, migliori attaccanti e migliori esterni al mondo, ma se mostra carenze in difesa o in ogni fase di non possesso contro una squadra compatta, anche se priva di talento e qualità individuali, non va da nessuna parte. Il difensore può partecipare alla fase offensiva, così come un attaccante può aiutare in fase difensiva. Il calcio moderno predilige questa fusione tra i ruoli, ed è ammirevole, ma fino a un certo punto.
Se il PSG ha vinto due Champions League con questi schemi adottati da un grande generale come Luis Enrique (Sun Tzu oggi lo prenderebbe come esempio di comandante che dispone perfettamente del proprio esercito), non significa che ogni armata deve combattere in quel modo. Tante persone guardano i film di Bruce Lee, o guardano Karate Kid e Cobra Kai, ma non imparano il karate. Ogni esercito ha dei punti di forza e l’abile comandante deve fare un bilancio di come e dove quei pro possano far ottenere l’effetto sperato contro ogni avversario da affrontare.
Si sta commettendo lo stesso errore commesso da tanti allenatori che tra il 2011 e il 2016 hanno provato a replicare, senza i mezzi adatti, il Tiki Taka di Guardiola. Se quella era un’espressione di calcio perfetta, non significa che chiunque sia capace o abbia i mezzi per realizzarla. Se nella storia del mondo, che è bello perché è vario, tutti i generali si fossero fossilizzati nel replicare schemi e tattiche adottate da predecessori nei secoli precedenti, dove c’erano mezzi e risorse militari ben differenti, ci sarebbero state molte meno conquiste, molte meno mescolanze di fattori culturali, antropologici e linguistici. E il mondo non sarebbe bello perché non vario. Quindi basta uniformare il calcio e basta trascurare la fase difensiva.


Il calcio non diventa più moderno eliminando la difesa, né imponendo a tutte le squadre lo stesso modo di giocare. Diventa più moderno quando ogni allenatore ha il coraggio di costruire un modello adatto ai propri uomini, all’avversario e al momento della partita. Il calcio non ha bisogno di un solo modello, ma di coraggio: il coraggio di difendere senza essere tacciati di conservatorismo calcistico, il coraggio di attaccare senza credere di avere già vinto e il coraggio di ricordare che nessuna tattica è universale.
Se il mondo è bello perché è vario, anche il calcio lo è: non può ridursi a un unico schema, a un unico ritmo, a un unico modo di intendere la vittoria. La difesa non è nostalgia, non è paura, non è “anti-calcio”: è intelligenza. E una squadra che sa difendere quando serve, così come sa attaccare, non tradisce il calcio moderno. Lo rende completo.


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