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E se San Valentino fosse una festa calcistica?

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Calcio, Campionati esteri, Serie A

E se San Valentino fosse una festa calcistica?

Nel giorno del 14 febbraio si festeggia San Valentino, la festa degli innamorati. Lo stesso giorno dell’uscita di questo articolo che, guardate caso, di cosa poteva trattare se non di amore? L’amore che conosciamo ideologicamente, quello basato su lealtà, fiducia, rispetto e passioni condivise esiste anche nel calcio. L’amore calcistico porta con sé tutte le qualità citate poco fa, con l’unica differenza che non è un sentimento tra due persone, bensì tra una persona e la sua fede calcistica o la sua squadra, che ti sceglie, ti prende per mano e ti trascina.

Avete mai sentito parlare, in ambito calcistico, del termine “bandiera”? La bandiera è il giocatore simbolo di una squadra, quello che ti balza subito alla mente per gesta eroiche sportive, quello che ha fatto innamorare centinaia di migliaia di tifosi della propria squadra, colui che non si potrà mai cancellare dalla storia del club. E in un calcio ormai dominato dai soldi, non possiamo scordarci di loro. Tra quelli che ho visto giocare, quali sono questi calciatori? Vediamoli insieme. E se siete deboli di cuore, consiglierei di non scorrere: potrebbe scendervi una lacrima.

Francesco Totti e la Roma: il San Valentino per eccellenza

La bandiera per eccellenza del calcio italiano. 25 anni passati nella sua squadra, quella che lui tifava fin da bambino, quella per cui sognava di giocare fin da piccolo. Più di 600 presenze in Serie A con la maglia giallorossa, 250 reti e varie offerte importanti rifiutate nel mezzo, come quella al Real Madrid. Ma per Francesco Totti questo non è mai stato rilevante. Come ha dichiarato spesso, al Real Madrid avrebbe avuto l’opportunità di, oltre che vincere trofei, vincere anche premi individuali, come il Pallone d’Oro. Ma a lui non interessava, stava bene alla Roma, a condividere questo amore con i suoi tifosi, in mezzo alla sua gente. Giocare alla Roma valeva tutto il prezzo del biglietto.

I suoi tifosi lo hanno visto crescere, infrangere record, segnare e indossare la 10. E la maglia numero 10 mette in risalto il fatto che un qualcosa di diverso dagli altri lo hai. Ed in effetti Francesco Totti un qualcosa di differente dagli altri lo aveva.

Totti non è stato un semplice calciatore, ma un monumento storico a Roma, tanto da essere nominato “ottavo Re di Roma”. Colui che ha portato una nuova pace in città, un nuovo punto di riferimento, ma soprattutto che ha scritto la storia di Roma, portando in città l’idea di uomo-simbolo, quasi come un imperatore.

Amore incondizionato

Per lui Roma era casa, era famiglia, era tutto. Il suo obiettivo era dare, ogni volta indossata quella maglia, il 110% in campo. Era dare tutto quello che poteva non solo per una semplice fede calcistica, ma per la sua gente, per il suo popolo. Ha sofferto molto nel periodo passato in tribuna con Luciano Spalletti: voleva tornare in campo a combattere, ma non poteva e questa è la sensazione più brutta che si possa vivere da calciatore, soprattutto anche da tifoso. Lui, però, era lì, pronto ad aspettare il suo turno. E nel giorno del suo addio al calcio, davanti a tutto lo stadio, quel senso di vuoto ha cominciato ad echeggiare in tutti i tifosi, ma soprattutto in lui, nonostante il suo amore per questi colori non terminerà mai.

Carismatico, prodigioso, esemplare. Elegante nei movimenti con la palla, preciso nelle conclusioni e leader sia dentro che fuori dal campo. Il Pupone era questo. E il suo amore per la Roma non poteva di certo passare inosservato alla società. Possiamo togliere Totti dalla Roma, ma non potremo mai togliere la Roma da Totti.

“Giocare nella stessa squadra, vestire la stessa maglia, è stata la vittoria più importante della mia carriera”.

Buffon e la Juventus: un San Valentino torinese

Il portiere più forte di questa generazione. Buffon è forse stato a mio parere l’esempio più lampante di sportività in campo e fuori dal campo. Un calciatore con questa mentalità sarebbe potuto diventare solamente quello che alla fine è diventato: una leggenda del calcio italiano, ma soprattutto della Juventus.

10 Scudetti, 5 Coppe Italia e 6 Supercoppe sono i trofei vinti in bianconero: mancava solo quel trofeo, la Champions League, per completare una carriera già di per sé straordinaria. Ci è andato molto vicino sia nel 2015 che nel 2017, quando la Juventus si arrese ad un Barcellona e ad un Real Madrid stellari. Prima Berlino, poi Cardiff: due colpi al cuore.

Tra il 2001 e il 2021, 19 anni a difendere la porta bianconera, in mezzo ai quali c’è stato l’anno dello scandalo di Calciopoli. Nonostante la retrocessione in Serie B e un danno non da poco all’immagine della Juventus, lui era ancora lì tra i pali, perché le grandi persone non lasciano mai nulla incompleto e Gigi lo era: d’altronde amore, lealtà e appartenenza sono valori di cui il numero 1 non si è mai privato durante tutta la sua carriera juventina.

Il numero 1 dei numeri 1

Dai 974 minuti di imbattibilità nella stagione 2015-2016, dalle più di 600 presenze in A tra Parma e Juventus, al record di presenze in maglia bianconera nella massima serie italiana, Gigi Buffon rappresenta la storia della Juve e i suoi sentimenti per questi colori non sono mai stati nascosti. Gigi teneva al bene della propria squadra, ma soprattutto ci teneva, da capitano storico, a far rispettare la propria squadra.

C’è stato un episodio specifico che ce lo dimostra, ovvero il famoso rigore concesso allo scadere dall’arbitro Oliver in Real Madrid-Juventus nei quarti di finale di Champions League di qualche anno fa: la squadra bianconera ribalta lo 0-3 subito in casa all’andata, in una notte al Bernabeu che sembra magica. Ma allo scadere viene concesso un rigore al Real, che manda Buffon su tutte le furie. Sì, è vero, alla fine fu espulso e le cose non andarono per il verso giusto, ma non riusciremmo ad immaginare un Gigi diverso, mai.

Le lacrime in quell’addio di ormai 5 anni fa ce lo testimoniano: Gigi voleva che quel giorno non sarebbe mai arrivato.

San Valentino

Javier Zanetti e l’Inter

20 anni. 20 lunghi anni a difendere i colori nerazzurri sgaloppando su e giù per quella fascia o smistando palloni in mezzo al campo. L’Inter, per Javier, non è stata una semplice squadra, ma un luogo sicuro, una seconda casa, un amore nato fin da subito. Per un ragazzo che per un breve tempo voleva smettere con il calcio, aiutando i genitori, il “crederci” è stato sempre uno slogan. E alla fine ha avuto ragione lui. Pupi ha passato 13 anni con la fascia al braccio, è lo “straniero” con più presenze in Serie A (615) e per partite giocate nella categoria è dietro solo a Totti, Maldini e Buffon.

L’amore per l’Inter è nato sin da subito, sin dal primo giorno, nel giorno della sua presentazione. Sapeva di essere in un grande club, ma non si sarebbe mai aspettato tutto ciò. L’affetto reciproco con i tifosi interisti è protezione, sicurezza e sinonimo di un amore che solo i genitori possono avere per un figlio. E quando si vive in un clima così sereno, quando si riceve tutto questo affetto, perché cambiare?

Un campione tra i campioni

Che strana la vita: dalle partitelle con gli amici ad Avellaneda nella semi povertà a condividere lo spogliatoio nell’Inter dei campioni (e lui non è che fosse da meno). L’apoteosi dell’avventura in neroazzurro di Zanetti è stata raggiunta con la conquista del Triplete nel 2010, conquistato da Capitano sotto l’attenzione di José Mourinho. Qui si è chiuso un cerchio: da valle fino alla cima della montagna. Dall’esordio al triplete. E non poteva essere più meritato di questo, per il Pupi, che è rimasto anche quando le cose non andavano per il verso giusto. Non interista dalla nascita, ma lo è diventato. Il livello di affezione a quella maglia era diventato quasi inspiegabile, come se Javier e l’Inter si fossero fusi in una singola persona, come se quella maglia fosse l’unica che, quando indossava, non gli faceva avere più paura di niente.

L’Inter per il Pupi era una promessa, quella cosa arrivata nel momento giusto e che gli ha segnato indelebilmente la carriera. Zanetti deve tutto all’Inter, l’Inter deve tutto al suo storico Capitano. Non avrebbe non potuto finire la sua carriera in nerazzurro: quella carriera che non si è fermata al calcio giocato, ma che è andata ben oltre, anche sugli spalti.

CR7-Real Madrid e Messi-Barcellona: dei San Valentini strani

Non vale la pena trattare questi due fenomeni distintamente. Se si parla di uno non può non esserci il paragone con l’altro, perché sono due calciatori che si completano a vicenda. Due calciatori che si completano, che giocano per due squadre rivali, i due calciatori più forti della generazione attuale, due calciatori partiti dalla povertà, due calciatori che ad ormai 40 anni vogliono ancora scrivere le pagine più importanti della storia di questo sport. Dovrei continuare?

Senza dimenticare che entrambi condividono l’amore per la squadra che li ha affermati in maniera definitiva: da una parte il Real con Cristiano Ronaldo, dall’altra il Barça con Leo Messi. Diciamoci la verità: non riusciremmo a pensare ad un Real Madrid senza Cristiano Ronaldo, tantomeno ad un Barcellona senza Messi. Sono i calciatori a cui pensiamo appena nominiamo queste due squadre e i due calciatori più incisivi ed impattanti nella storia dei due club.

Non sono qui a scrivere dei loro record, altrimenti questo articolo durerebbe troppo tempo, ma sono qui per scrivere dei loro sentimenti.

Due alieni amanti di una città: San Valentino spagnolo

Come si fa a spiegare a chi non ha vissuto questi due fenomeni, chi veramente erano? Cristiano Ronaldo ha sempre speso delle parole al miele verso il Real Madrid, il club che lo ha reso grande ed esperienza che lo ha cambiato profondamente, dagli aspetti famigliari ad aspetti calcistici. Dall’altra Leo Messi, che ha definito Barcellona la sua casa, che lo ha protetto, accudito e fatto crescere e diventare un campione. Tanti anni passati in territorio spagnolo per entrambi e venerati dalle rispettive tifoserie, hanno mostrato riconoscenza e gratitudine nel giorno dei loro struggenti addii.

Cristiano ha vissuto a Madrid gli anni più belli della sua carriera, ha stretto a Madrid le amicizie più profonde, ha trovato a Madrid tutto quello di cui aveva bisogno: calore, affetto e amore, così come lui ne ha dimostrato. Messi è stato lanciato dal Barcellona a meno di 20 anni, ha trovato la sua perfetta dimensione, le persone giuste e talentuosi partner d’attacco. E alla fine ha dimostrato amore immenso verso la squadra, piena di debiti e in fase di ricostruzione, facendosi da parte tra una lacrima e l’altra.

Campioni si nasce da dentro e lo si dimostra anche al di fuori e loro lo hanno sempre fatto: Cristiano continua oggi a tenere quella speranza di tornare a giocare per il Real aperta; Messi avrebbe voluto invece finire la sua carriera nel Barcellona. Chissà, magari un giorno, in un sogno, li rivedremo giocare contro nel Clasico.

Autore

  • 20 anni, studente e appassionato di sport. Solare, curioso e riflessivo: dal negativo estraggo sempre il positivo.

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