24 Febbraio 2026
E se vi dicessi che una partita di Serie B ha cambiato per sempre il calcio italiano? Il colpevole è stato un, apparentemente poco roboante, Catania-Siena stagione 2002-2003 terminato 1-1. Da questa partita sono nati scontri in tribunali, ripescaggi privi di razionalità e nuovi formati nel calcio cadetto e non solo. Una storia come questa ha rimpolpato quel legame, spesso troppo facilmente criticamente, tra giustizia e calcio. Da non limitarsi però a una concezione di giustizia unicamente divina o sportiva, qui sono entrati in gioco giudici, avvocati, commissioni di appello. Insomma, un clima sereno.
Tutto nasce da una domanda semplice: Luigi Martinelli aveva scontato la sua squalifica? Una domanda che, nella migliore delle tradizioni italiane, ha trovato risposta in almeno quattro sedi diverse, tutte in disaccordo tra loro. Il difensore del Siena, fermato per un turno, aveva nel frattempo giocato con la Primavera. Dettaglio tecnico, si dirà. Eppure quel dettaglio tecnico finì per travolgere classifiche, stagioni e, alla fine, l’intero sistema normativo che reggeva i rapporti tra lo sport e lo Stato. Non male per una partitella coi ragazzi.
La stagione di Serie B 2002-2003 era iniziata con un ritorno dolce: il Catania dopo quindici anni a fare il tour delle province italiane in Serie C e minori, era finalmente tornato. Con un occhio al passato e uno abbastanza malizioso che guardava a una, seppur improbabile, promozione. Tra quelle 20 squadre, a fine anno, il Catania aveva fatto i conti con un romanticismo dolceamaro: 43 punti, 17esimo posto e retrocessione sul campo. Non proprio l’esito che i tifosi degli Elefanti avevano sognato. Il campo aveva parlato, la classifica era lì, nera su bianco. Sembrava tutto chiuso.
Ma a far la voce grossa, come un mercante alla Fera o luni (storico mercato popolare della città) era arrivato Riccardo Gaucci, allora presidente del club siciliano. Non proprio una persona dalle mille sorprese e quasi mai incline alla banalità, dal temperamento forse ereditato dal leggendario padre Luciano. Armato di lente d’ingrandimento, rabbia e tanta voglia di riscatto aveva notato una piccola irregolarità in una partita del 12 aprile, un Catania-Siena terminato 1-1 che sulla carta non diceva niente a nessuno. Sulla carta. Le porte della giustizia sportiva si erano aperte a una ventata rivoluzionaria fatta di caos, ricorsi e Riccardo Gaucci in pieno spolvero.

Luigi Martinelli, difensore che al tempo dei fatti era al Siena, era stato squalificato per un turno il 30 marzo 2003. Esattamente prima di giocare contro il Catania. Il 6 aprile, invece di stare a casa a riposare, aveva giocato con la primavera. Il 12 aprile era regolarmente in campo contro il Catania, giocando tra l’altro tutti i 90 minuti. Il risultato era stato 1-1, un punto che in ottica salvezza pesava molto. Quando sei appeso a un filo, cerchi un escamotage in tutto. La religione, la superstizione. Quella volta i tifosi del Catania avevano visto la giustizia come un’amica cara che gli aveva posto l’altra guancia. Il Catania aveva impugnato il risultato aggrappandosi all’articolo 17, comma 13 del Codice di giustizia sportiva.
Secondo cui la squalifica impedisce al tesserato di svolgere qualsiasi attività sportiva, in ogni ambito federale. Qualsiasi. Anche la primavera. Martinelli non aveva scontato nulla, aveva solo giocato altrove. La Commissione disciplinare, in prima battuta, aveva respinto il ricorso. Poi era arrivata la Commissione d’appello federale. Accolto e 2-0 a tavolino per il Catania, due punti in più che volevano dire salvezza. Napoli e Venezia si erano ritrovate improvvisamente a giocarsi un posto nei playout senza averlo previsto. Bastava una partitella con la primavera. Bastava, e non bastò.
Da qui erano iniziati un susseguirsi di corsi e ricorsi. Da una parte otto squadre che si sono aggrappate alla prima sentenza, del campo, culminante con l’1-1 e quindi la retrocessione dei rossazzurri. Dall’altra, da solo e guidato da un Riccardo Gaucci capace di tutto, il Catania ha insistito sull’irregolarità del difensore del Siena. Da sottolineare la zona d’ombra di quell’articolo: infatti, nonostante fosse evidenziata l’impossibilità di giocare sotto squalifica anche con la propria primavera, è stata più volte celata dietro il velo dell’interpretazione della legge. Ognuno, insomma, la vedeva in maniera sostanzialmente soggettiva. Come spesso accade quando una norma fa comodo leggerla in un senso o nell’altro, tutti erano convinti di avere ragione. E tutti, in qualche modo, ce l’avevano.
La Commissione disciplinare aveva respinto il ricorso. La Commissione d’appello federale lo aveva accolto. La Corte federale lo aveva ribaltato di nuovo. Tre organi e tre verdetti diversi. A quel punto intervenire sembrava quasi un dovere civico. Sulla sirena, con una sentenza balneare, il TAR della Regione Sicilia aveva accettato il ricorso della società catanese: era stata riconosciuta un’irregolarità e il risultato della partita era stato ribaltato in un 2-0. Catania salvo. Per ora.
Dall’alto della sua autorevolezza, la FIGC aveva fatto quello che in Italia viene meglio: cercare un compromesso che non avrebbe deluso nessuno. Prima confermando il 2-0 del Catania con annessa salvezza matematica poi cercando una soluzione alla rabbia espressa dalle società scontente. La soluzione pratica era stata più creativa ancora: nessuna retrocessione per la stagione 2002-2003, e Serie B che era stata allargata a 24 squadre con riammissione di Genoa e Salernitana.
Tutti felici, ma rimane il nodo Cosenza, formalmente fallito. Il posto lasciato dal Cosenza era stato poi consegnato alla Fiorentina. Promossa direttamente nel campionato cadetto per meriti sportivi e bacino d’utenza. Una formula che, a rileggerla oggi, suona come una poesia in prosa. Qualcuno aveva sorriso, qualcuno protestato e tutti andarono avanti.
Per mettere ordine però serviva una legge. Il governo aveva quindi emanato il decreto-legge n. 220 del 17 agosto 2003. Era la prima norma della storia repubblicana a mettere nero su bianco una cosa apparentemente ovvia: fin dove arrivava lo sport e da dove iniziava lo Stato. La risposta era stata semplice quanto necessaria: le federazioni erano libere di gestire le proprie questioni tecniche e disciplinari, ma quando si trattava di diritti e interessi concreti delle società, il giudice amministrativo aveva l’ultima parola.

E quindi, cosa ci era rimasto da questo caso? Tralasciando esiti giudiziari, provvedimenti e una crescente stima per Gaucci? Questa storia aveva dimostrato una cosa semplice: che nel calcio italiano, come nella vita, non esiste mai una porta davvero chiusa. Esiste solo qualcuno che non aveva ancora trovato il TAR giusto. Riccardo Gaucci lo aveva trovato. Il Catania era rimasto in Serie B. E Luigi Martinelli, da qualche parte, aveva probabilmente smesso di giocare con la Primavera nei giorni sbagliati. Insomma, una storia a lieto fine. Per modo di dire.
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