14 Maggio 2026
14 maggio 2025, ore 22 e cinquanta quando il fischio finale ha tagliato l’aria dell’Olimpico di Roma.
Un anno fa il Bologna alzava la Coppa Italia dopo 51 anni dall’ultimo trofeo. Oggi quella notte rischia di diventare un miraggio, consumata da una stagione che ha tradito l’entusiasmo di una città intera.
Si muove la città — cantava Lucio Dalla — e quella sera si è mossa davvero, ma non verso i portici di casa. Si è mossa verso Roma. Oltre trentamila bolognesi avevano invaso la capitale, colorato le sue strade di rossoblu, preso d’assalto ogni angolo della città con la stessa ostinazione silenziosa con cui questa gente fa le cose importanti. Quando il triplice fischio è arrivato, quelle trentamila persone sono esplose tutte insieme — lacrime, abbracci, urla che rimbalzavano sui sampietrini — cinquantun anni di attesa non si scaricano in modo ordinato. Esplodono.
L’ultima volta era il 1974. Era un’altra Italia, un’altra Serie A, un altro calcio. Da allora, generazioni di tifosi si erano avvicendate sulle gradinate del Dall’Ara senza mai toccare un trofeo. Padri che avevano smesso di sperare, figli che non sapevano nemmeno cosa significasse vincere qualcosa di importante con quella maglia. E poi, all’improvviso, la notte di Roma. La coppa alzata, le lacrime in campo, ma soprattutto sugli spalti, abbracci tra sconosciuti, lacrime al pensiero di chi al Bologna ti ha fatto affezionare, ma che non ha potuto vivere quel momento.
Quella Coppa Italia Vincenzo Italiano e il suo gruppo se l’erano guadagnata sul campo, con un percorso netto e convinto. Un allenatore con idee chiare, una squadra che in quei mesi aveva giocato senza paura, con un’identità riconoscibile. Non una sorpresa improvvisata: una conquista costruita.
Un anno dopo, però, è necessario fare i conti con quello che è venuto. E i conti non tornano. Il mercato estivo non ha retto il confronto con le ambizioni che quella notte aveva inevitabilmente generato. Una rosa rattoppata, innesti insufficienti, lacune lasciate aperte laddove servivano certezze. L’eccezione, l’unica vera, è stata Jonathan Rowe: esterno inglese tecnico e coraggioso, capace di accendersi nei momenti che contano — il profilo giusto, in un contesto che per il resto ha fatto acqua.
Sarebbe disonesto fermarsi al mercato. Il problema più grave di questa stagione ha un nome preciso: discontinuità mentale. Troppe partite giocate senza intensità, senza quell’aggressività che aveva reso il Bologna dell’anno scorso una squadra riconoscibile e temibile. Prestazioni opache, risultati non all’altezza contro avversari alla portata, una squadra che in certi momenti è sembrata semplicemente non volerci essere. Non una crisi tecnica — una crisi di volontà. E questo, agli occhi del popolo, è molto peggio.
Bologna non è una piazza isterica. È una tifoseria che ha accompagnato decenni di mediocrità con una fedeltà rara, che ha riempito lo stadio anche quando non c’era niente da festeggiare, che ha aspettato 51 anni senza smettere di amare. Quella tifoseria meritava, come minimo, di vedere una squadra che ci provava fino in fondo. Invece si è trovata a fischiare, a discutere, a chiedersi dove fosse finito lo spirito di dodici mesi prima. La stizza che si è accumulata in città non è quella di chi vuole troppo — è quella di chi si sente preso in giro.
Sul futuro di Italiano sulla panchina rossoblu pesa un’incertezza concreta. Il rapporto con l’ambiente si è sfilacciato, la fiducia si è assottigliata. Se ci sarà la volontà di ricominciare da capo o se si aprirà un nuovo ciclo con un nome diverso, è una risposta che arriverà a breve. Il calcio non aspetta.
Quello che non cambierà è il 14 maggio 2025. Quella data esiste, è incisa nella memoria di trentamila persone che erano lì, e di centinaia di migliaia che quella notte l’hanno vissuta da lontano con il cuore in gola. Certe notti non finiscono mai davvero, diventano patrimonio collettivo, si tramandano, si raccontano ai figli seduti a tavola.
Il futuro è ancora tutto da scrivere — sul mercato, sulla panchina, sul progetto. Ma quella coppa c’è. Quella notte c’è. E Bologna, con la testa dura e il cuore tenero che Dalla le riconosceva, è ancora qui. Pronta, quando arriverà il momento, a muoversi di nuovo.
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