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La generazione d’oro che non ha mai vinto niente

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Calcio, Campionati esteri –

La generazione d’oro che non ha mai vinto niente

La più grande frase fatta della storia del calcio è: “la palla è rotonda”. Non è solo un concetto, ma un vero e proprio dogma, il cui significato è non sempre la squadra più forte vince. Alle volte si assiste alle favole come la Croazia che contro ogni pronostico arriva in finale di coppa del mondo a Russia 2018, o quando il Marocco di Hakimi e Brahim Diaz sbalordì il mondo intero arrivando alle semifinali del mondiale nel 2022 battendo la Spagna agli ottavi di finale. Ecco, dall’altra parte ci sono i più forti, i primi nel ranking per alcuni anni, che non sono mai riusciti a vincere. Chi? Il Belgio degli ultimi 10/12 anni. Una generazione d’oro.

I protagonisti assoluti

Tra i tanti protagonisti: 

-Courtois, portiere che nel corso della sua carriera ha vinto qualsiasi trofeo possibile con il Real Madrid e con il Chelsea, nonché parte integrante dell’Atletico Madrid che vinse la liga e arrivò in finale di Champions nella stagione 14/15, uno dei portieri più forti dell’ultimo decennio;

–Alderweireld e Vertonghen, coppia difensiva che ha portato il Totthenam alla sua unica finale di Champions poi persa contro il Liverpool;

–De Bruyne, che ha contribuito insieme ai vari grandi del centrocampo a modificare il ruolo della mezzala nel corso della sua carriera e che ha reso immortale il Manchester City di Guardiola;

–Hazard, la classe fatta giocatore, una delle più grandi espressioni di talento calcistico dell’ultimo ventennio, il quale non ha avuto il finale di carriera che avrebbe meritato un giocatore del suo calibro.

Vedendo tutti questi interpreti, un appassionato ipotizzerebbe un ciclo di trofei vinti nel corso degli anni, eppure neanche tutti questi campioni sono riusciti a vincere insieme.

La vera grandezza del Belgio non è stata un caso ma è stata il risultato di una profonda riforma del calcio giovanile avviata nei primi anni Duemila. Dopo anni di risultati deludenti, la federazione belga investì nella formazione dei giovani, introducendo metodologie di allenamento uniformi in tutto il Paese e privilegiando lo sviluppo della tecnica individuale rispetto ai risultati immediati. I settori giovanili iniziarono a concentrarsi sulla crescita del calciatore, favorendo creatività, intelligenza tattica e versatilità. Modello attuato anche da Norvegia e Turchia, i quali frutti si stanno vedendo in questi anni.

Michel Sablon: il creatore

A prendersi i meriti della creazione del nuovo sistema calcistico belga, grazie anche ad un immenso lavoro di squadra, fu Michel Sablon.

Sablon nasce il 7 giugno del 1947 in Belgio e durante la sua carriera da calciatore ha militato nel Merchtem, ma la vera svolta arriva nel 1986 quando entra a far parte dello staff della nazionale belga, nella quale rimane fino al 2001 quando diventa il direttore tecnico della federazione belga.

Da quel momento in poi il calcio belga cambia completamente faccia grazie ad una delle riforme più efficaci della storia del calcio moderno.

Dopo i deludenti risultati ottenuti dal Belgio alla fine degli anni Novanta e la precoce eliminazione a UEFA Euro 2000, Michel Sablon comprese che il problema non riguardava soltanto la nazionale maggiore, ma l’intero sistema di formazione calcistica del Paese. Per individuare le cause della crisi commissionò uno studio su circa 1.500 partite giovanili, dal quale emersero diverse criticità: l’eccessiva attenzione alla vittoria, il ridotto numero di tocchi di palla per i giovani calciatori, una preparazione che privilegiava la fisicità e l’organizzazione tattica rispetto alla tecnica individuale e l’assenza di una filosofia comune tra i vari club.

La riforma: giovani al centro

Partendo da queste conclusioni, Sablon sviluppò una riforma profonda fondata su un principio rivoluzionario: nelle categorie giovanili il compito principale degli allenatori non doveva essere vincere le partite, ma formare i calciatori. Fino ai 16-18 anni la crescita tecnica e mentale del ragazzo doveva avere la priorità assoluta rispetto al risultato. Di conseguenza vennero ridotte le pressioni legate alle classifiche: gli allenatori iniziarono a essere valutati soprattutto per la capacità di sviluppare talenti e i giovani più promettenti in modo tale da fargli fare le ossa. Questo approccio creò un ambiente nel quale i ragazzi potevano sperimentare, rischiare la giocata e imparare dai propri errori senza la paura di essere penalizzati.


Il cambio delle formule: si riparte dalle radici 

Uno degli aspetti più innovativi della riforma riguardò l’organizzazione delle partite giovanili. Sablon riteneva che il tradizionale calcio a undici fosse poco adatto ai bambini, poiché offriva poche occasioni di entrare in contatto con il pallone. Questa filosofia trova riscontro nelle parole di alcuni dei più importanti allenatori contemporanei. Ad esempio Massimiliano Allegri ha più volte sostenuto che «il calcio è arte e gli artisti sono i grandi campioni», sottolineando come il compito dell’allenatore sia soprattutto quello di mettere i talenti nelle condizioni di esprimersi.

Anche Arsène Wenger, da sempre promotore dello sviluppo tecnico dei giovani, riteneva che «i giovani giocatori abbiano bisogno di libertà di espressione per svilupparsi come giocatori creativi». Sablon dunque introdusse progressivamente formule a ranghi ridotti, come il 2 contro 2, il 3 contro 3, il 5 contro 5 e l’8 contro 8, prima del passaggio definitivo all’11 contro 11. L’obiettivo era aumentare il numero di tocchi, i duelli individuali e le decisioni da prendere in tempi rapidi, accelerando così il processo di apprendimento.

Al centro della filosofia di Sablon vi era inoltre il valore dell’uno contro uno. Secondo il dirigente belga, la capacità di superare l’avversario in dribbling rappresentava una delle qualità più decisive nel calcio moderno, perché consentiva di creare superiorità numerica e aprire spazi per la squadra. Nelle accademie belghe si iniziò quindi a incoraggiare costantemente la fantasia, l’iniziativa individuale e il coraggio di tentare la giocata difficile. Questa impostazione conribuì alla crescita di talenti creativi e tecnicamente raffinati come Eden Hazard, Kevin De Bruyne e Dries Mertens.

Il 4-3-3: la via del successo

Per dare uniformità al progetto, Sablon promosse anche l’adozione del 4-3-3 come sistema di riferimento nelle giovanili. Non si trattava di imporre un modello tattico rigido, ma di utilizzare una struttura che favorisse il gioco offensivo, lo sviluppo degli esterni, le situazioni di uno contro uno e la formazione di centrocampisti tecnici e intelligenti. In questo modo i giovani crescevano all’interno di principi condivisi, pur mantenendo la propria identità calcistica.

La riforma coinvolse inoltre la preparazione degli allenatori. Convinto che il cambiamento dovesse partire da loro, Sablon rinnovò i programmi di formazione, introdusse linee guida comuni e visitò personalmente decine di club in tutto il Belgio per spiegare e promuovere il nuovo metodo. Attraverso incontri, seminari e dimostrazioni pratiche riuscì a diffondere una cultura calcistica condivisa a livello nazionale.

Il risultato finale fu la nascita di una vera e propria filosofia nazionale. Club, scuole calcio e rappresentative giovanili iniziarono a lavorare secondo gli stessi principi: la tecnica prima della fisicità, la creatività prima del risultato, lo sviluppo individuale prima della tattica rigida e la costruzione del gioco prima del lancio lungo. Più che una semplice riforma sportiva, quella di Michel Sablon fu una rivoluzione culturale che trasformò il Belgio in uno dei più efficaci produttori di talenti calcistici al mondo e pose le basi per la nascita della celebre generazione d’oro.

Tuttavia non tutte le storie vengono scritte per finire bene, e il Belgio della generazione d’oro che sulla carta avrebbe dovuto dominare il calcio mondiale degli anni ‘10 e ‘20 del 2000, non vincerà nulla arrivando sempre vicino alla vetta ma senza mai toccarla davvero, questa è l’ultima occasione per tanti protagonisti, Belgio compreso. chissà sé questa volta non essendo tra i favoriti, la fortuna possa girare dalla loro parte, d’altronde la palla è rotonda.

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