23 Settembre 2026
Guido Angelozzi, nel 2023, era andato in Georgia per osservare un giocatore. Esterno della Dinamo Batumi. Nome e cognome Giorgi Kvernadze, un giovane allora ventenne e poco più che sconosciuto. Il Frosinone lo avrebbe portato in Italia poche settimane più tardi. Oggi è uno dei nomi più interessanti che gravitano in Serie A.
A differenza di un altro georgiano partito dalla Dinamo Batumi, ossia Kvaratskhelia, diventato rapidamente una delle figure di riferimento del calcio italiano, Kvernadze per farsi conoscere ha avuto bisogno di un percorso più graduale. La prima stagione in giallazzurro si è praticamente consumata ai margini: cinque presenze e poco più di un’ora complessiva in campo. Poi la Serie B, prima con tre gol e cinque assist in 33 presenze, quindi con cinque reti e cinque assist nel campionato della promozione.
Il Frosinone, nel frattempo, ha continuato ad aspettarlo. A distanza di anni, quella scelta comincia ad avere una forma molto precisa. Kvernadze ha segnato nelle ultime tre giornate contro Venezia, Genoa e Como, dopo aver servito un assist alla Fiorentina. Al Benito Stirpe, domenica, il suo gol ha chiuso il 2-0 contro una squadra che arrivava da quattro risultati utili consecutivi e ha portato il Frosinone a dieci punti dopo cinque giornate.

Il gol è forse il modo più semplice per capire perché il georgiano stia diventando così importante. Il pallone recuperato, la corsa in campo aperto, la capacità di portarlo fino all’area e di trovare il tempo per concludere. Kvernadze è un esterno destro di piede naturale che parte dalla sinistra, dove può ricevere largo e puntare il proprio avversario. La sua qualità principale rimane la capacità di creare superiorità, ma è un giocatore che sta imparando a gestirsi e a gestire i momenti della partita.
Il talento individuale non è mai stato un suo problema. Lo aveva già visto Angelozzi quando aveva deciso di portarlo in Italia. Il problema era trasformare quel talento in continuità, dentro una squadra e dentro un campionato che richiedono molto più della semplice capacità di saltare un uomo e che, anzi, a volte quasi complicano la vita a chi ha quelle caratteristiche. Il Frosinone ha invece dato un palco ideale al ragazzo. Palco che non è nient’altro che figlio di un modello del quale c’è apparentemente da discutere.
Il nome di Kvernadze racconta una parte del metodo del club. Mostra cosa significa investire su un calciatore prima che il suo rendimento renda quella scelta evidente e continuativamente affinché quel rendimento possa diventare profittevole. È una scelta che assume ancora più significato se osservata insieme al resto del progetto. Nel frattempo il club ha costruito una squadra nella quale la valorizzazione dei giovani non è rimasta una dichiarazione d’intenti. Nella stagione della promozione il Frosinone era la squadra più giovane della Serie B, con un’età media di 23,4 anni, e ha chiuso il campionato con 81 punti, 76 gol segnati e appena tre sconfitte.
La cosa interessante è che la promozione è arrivata senza abbandonare il gruppo che aveva rischiato la Serie C l’anno precedente. Alvini ha lavorato su una squadra giovane e l’ha fatta crescere dentro un’idea precisa, fino a trasformarla nella protagonista del campionato. Il Frosinone, in sostanza, non ha cercato soltanto giocatori da Serie B. Ha cercato giocatori che potessero sposare una causa. Kvernadze è l’esempio più evidente arrivato dall’esterno. Lorenzo Palmisani rappresenta quello cresciuto in casa. Il portiere, dopo l’infortunio del titolare Sherri nell’estate 2025, fu confermato anziché essere sostituito da un estremo difensore più esperto: era al debutto in Serie B e finì per giocare tutte le 38 partite, con 15 clean sheet. È la stessa logica applicata a percorsi differenti.
Mentre il calcio italiano è alle prese con una rifondazione perenne, all’interno della quale gli sproloqui sui giovani che devono essere valorizzati si sprecano, il Frosinone è una di quelle realtà che sta riuscendo ad andare oltre la retorica. La rosa mostra con una certa chiarezza il rapporto tra il club e la scelta di puntare sulle nostre risorse.

Contro il Como, Alvini, degli undici titolari ha schierato sette italiani. Palmisani, Calvani, Monterisi, Bracaglia, Masini, Calò e Raimondo. Ciascuno dei quali ha composto una larga parte dell’ossatura della squadra nella stagione passata. Questo percorso di costruzione lo ha spiegato bene Renzo Castagnini durante l’estate, quando il Frosinone preparava il ritorno in Serie A: pochi ritocchi, nessun investimento fuori dalla propria dimensione e la volontà di proseguire con i giovani. «Se un giocatore è bravo, la carta d’identità non conta». Una filosofia che al momento sta pagando e anche bene. Merito di chi gioca, ma merito anche di chi allena.
La squadra che ha conquistato la promozione giocava con un’idea piuttosto riconoscibile: pressione alta, aggressione della prima costruzione avversaria, verticalità immediata quando il pallone viene recuperato, molti uomini oltre la linea della palla. Il 4-3-3 rappresenta la struttura di partenza, ma sono soprattutto questi principi a definire il Frosinone. È un calcio che non concede molto tempo all’avversario e, contemporaneamente, non ne concede molto nemmeno ai propri giocatori.
Chi perde il pallone deve reagire. Chi riceve deve sapere dove attaccare. L’esterno deve essere pronto a correre sia verso la porta sia nella direzione opposta. Il centravanti deve essere il primo difensore. Il centrocampo deve accompagnare l’azione senza perdere la possibilità di aggredire immediatamente la seconda palla.

In questo sistema Kvernadze ha ampia libertà di manovra e di pensiero. Quando il Frosinone recupera il pallone alto, il georgiano può diventare immediatamente l’uomo che porta l’azione fuori dagli schemi. Quando invece la squadra deve costruire, parte largo, punta e prova a creare superiorità. L’atteggiamento che il Frosinone sta adottando premia ed esalta questo stile, perché è un gioco non rinunciatario, non speculativo. È un gioco forse pericoloso per la dimensione del Frosinone, ma che però gli conferisce un’identità chiara, una forte propensione ad attaccare a viso aperto e la capacità di rimanere sempre dentro la partita in maniera attiva. In Serie B il Frosinone ha potuto spesso imporre questo ritmo; in Serie A probabilmente il margine di errore si assottiglia. Ed è probabilmente il principale elemento che Alvini dovrà continuare a monitorare.
La classifica dice dieci punti, sei gol segnati da Kvernadze in queste prime settimane se si considera anche la Coppa Italia e soprattutto una squadra che, dopo la sconfitta all’esordio contro la Juventus, ha raccolto quattro risultati utili consecutivi in campionato: 3-0 alla Fiorentina, 3-2 al Venezia, 1-1 a Genova e 2-0 al Como.
Sono numeri abbastanza importanti per parlare di un avvio convincente. Non abbastanza, naturalmente, per trasformarlo già in una previsione sulla stagione. Alvini lo sa e lo ha detto più volte: l’obiettivo resta quello di costruire una squadra capace di restare in Serie A. Che è esattamente l’approccio corretto per riuscire a mettere le basi per rimanere in pianta stabile nella prima divisione. Funzionare come insieme squadra perché portati a un livello superiore attraverso la progettualità. Non con mercati bislacchi, non con l’inesperienza di chi, negli ultimi anni, è retrocesso con la stessa facilità con cui era stato promosso.
Dentro questa continuità Kvernadze occupa forse una posizione esplicativa. La sua storia è iniziata con un viaggio in Georgia. È proseguita con una stagione nella quale ha giocato pochissimo, poi con due campionati di Serie B nei quali ha imparato a rendere il proprio talento sempre meno occasionale. Adesso è arrivato il momento in cui quella scommessa può finalmente essere giudicata sul palcoscenico per il quale era stata immaginata. E abbiamo forse la possibilità che chi l’ha immaginata, così come ha immaginato il resto dei ragazzi del gruppo squadra, ovvero il Frosinone, possa non essere solo l’ennesima meteora. Perché anche lo sport è questione di tempo e di tempo ripagato. Una lezione che in una società come quella di oggi, quando premia, vale doppiamente.
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