07 Ottobre 2026
Due destini chiamati a essere divisivi a modo loro. Da una parte Diego Costa, nato il 7 ottobre 1988, un centravanti feroce nel trascinare i difensori avversari in una rissa psicologica lunga novanta minuti. Dall’altra Trent Alexander-Arnold, nato il 7 ottobre 1998, capace di ridefinire il ruolo di terzino trasformandolo nella cabina di regia principale di una squadra. Al di là delle ovvie differenze stilistiche, sono uniti per il fatto di essere profondamente controversi. Entrambi hanno spaccato in due l’opinione pubblica mondiale. Due campioni nati per dividere.
Nel 2019, subito dopo l’esonero dal Manchester United, José Mourinho viene invitato a un gioco di associazione di parole in un’intervista.
Arriva il momento di Diego Costa, il tecnico portoghese fa un sospiro e pronuncia una sola parola “animal“, ma precisa anche di intedere il termine nell’accezione più positiva. Subito dopo infatti si corregge e cerca di trovare un termine più positivo e dice “warrior”.
Di fatto, tutte le narrazioni che ruotano attorno all’attaccante brasiliano lasciano questa impressione, sia per il suo carattere vulcanico sia per le scelte controverse che lo hanno messo al centro della narrazione calcistica mondiale. Il carisma e l’irruenza lo hanno reso uno di quei calciatori nati per dividere il giudizio degli appassionati.
Costa nasce a Lagarto e, come da tradizione in Brasile, la prima cosa che impara a fare è calciare un pallone. Sin da subito emerge un carattere molto acceso e i genitori credono che il calcio possa essere una buona opportunità per imparare un po’ di disciplina. In realtà Diego non frequenta mai un vera e propria academy. Gioca a calcio per strada e, come racconta lui stesso nella sua biografia The art of war, insulta tutti e non rispetta nessuno. L’unica esperienza nell’adolescenza arriva con il Barcelona Esportivo Capela, quando ha ormai 15 anni.
Nel 2006, non ancora maggiorenne, si trasferisce in Portogallo per lo Sporting Braga che, data la totale inesperienza tra i professionisti, opta per il prestito al Penafiel, nella seconda divisione portoghese. Il club è guidato da Rui Bento, campione Under 20 nel 1991 con Luis Figo e Rui Costa, quindi l’occhio per il talento non gli manca. Costa infatti si fa notare subito per fame e ferocia calcistica, rarissime per un ragazzo così piccolo e inesperto.
L’anno dopo rientra con il Braga e ha bisogno di soli 19 minuti per segnare il suo primo gol in Coppa UEFA contro il Parma. Non male per uno che, di esperienza tra i grandi, non ne ha proprio.
Nel dicembre del 2007 Jesus Garcia Pitarch, l’allora direttore sportivo dei Colchoneros, posa gli occhi su Diego Costa e così l’Atlético Madrid spende un milione e mezzo per quel talento grezzo che ha ancora tanta strada da fare. Per questo, prima di vestire la maglia rojiblanca, passano tre prestiti: Celta Vigo, Albacete e Valladolid.
Proprio all’Albacete spicca già il suo carattere irriverente. Come raccontato nella sua biografia, un giorno, in segno di protesta contro la società che paga i giocatori ma non lo staff, rifiuta di allenarsi. Il medico del club, Eduardo Rodríguez Vellando, racconta anche che, poco tempo dopo, Costa rifiuta di stringere la mano al presidente finchè la situazione non cambia.
Nel 2010 l’accordo di cessione al Beşiktaş è già pronto, ma Diego si rompe il crociato. L’Atlético decide di tenerlo e di aspettare l’attaccante una volta finita la riabilitazione.
Passano sei mesi, infinte sessioni di terapia e un periodo di ripresa al Rayo Vallecano, dove, in 16 partite, mette a segno 10 gol. Diego Costa quindi è pronto a fare il passo più importante, vestire la maglia dell’Atlético Madrid.
Il biennio successivo infatti si rivela come uno dei migliori della sua carriera. Nella stagione 2012/2013 segna 10 gol in Liga, 2 in Europa League e addirittura 8 in Copa del Rey battendo anche il Real Madrid in finale. Questa stagione lo consacra come uno degli attaccanti più forti e feroci, il classico centravanti che nessun difensore vorrebbe mai trovarsi davanti. Insomma un degno erede di un certo Radamel Falcao.
La stagione 2013/2014 è quella della definitiva consacrazione, ma porta con sè anche la grande delusione della sconfitta in finale di Champions League contro il Real Madrid. Tormentato da un infortunio, Costa tenta una cura rapida e disperata a Belgrado, a base di placenta di cavallo. Il miracolo non avviene, scende ugualmente in campo da titolare ma è costretto a cedere e uscire dopo appena 8 minuti, assistendo impotente alla sconfitta dei suoi compagni. Al di là di quella notte, Costa trascina la squadra alla vittoria del campionato che manca da 18 anni, aggiudicata all’ultima giornata con un pareggio al Camp Nou. Il brasiliano chiude la stagione con un totale di 36 gol, di cui 23 nelle prime 21 partite, diventando così indispensabile per Simeone.
In quegli anni il suo nome è sulla bocca di tutti e chi mai rifiuterebbe l’approdo in Premier League? Per lui però si prospettano anni tanto vincenti quanto polemici. Nell’estate del 2014 sbarca a Londra, sponda Blues, per 38 milioni. Il Chelsea è guidato da Josè Mourinho e Diego Costa segna all’esordio contro il Burnley, proprio nella stagione in cui il Chelsea viene coronato campione d’Inghilterra dopo cinque anni di digiuno. L’entusiasmo è alle stelle perchè la Premier è il suo terreno di gioco ideale, ma le polemiche non si placano mai.
Nel dicembre del 2014, dopo una vittoria di 2-0 contro Hull City, Mourinho difende Costa pubblicamente. Si scaglia contro gli innumerevoli cartellini gialli che l’attaccante riceve ingiustamente, a causa della sua passata reputazione all’Atlético Madrid. Nel post partita, mentre lo difende, passa li accanto il direttore di gara. Mourinho non perde l’occasione e esclama “Mr Foy! Lo dica lei ai giornalisti, per favore! Venga e glielo dica lei! Diego Costa sta piangendo perchè le ha dato un cartellino giallo. Sta piangendo nello spogliatoio e loro mi stanno chiedendo perchè”. L’arbitro risponde porgendo un fazzoletto nelle mani del Ct per asciugare le lacrime del giocatore.
Nonostante la vittoria della Premier, l’anno dopo è talmente deludente che Mou viene esonerato. Dal 2016 Antonio Conte assume la guida tecnica del Chelsea e proprio qui iniziano i problemi.
I due sembrano andare d’accordo inizialmente, ma poi iniziano i primi dissapori: in una partita contro il Leicester, Costa è il bersaglio numero uno di continui richiami da parte dell’allenatore italiano. Pochi mesi dopo, peraltro, non viene convocato per una partita, ma i motivi non sono chiari. Nonostante ciò, in quella stagione, trova il gol ben 20 volte, vincendo un’altra Premier League.
Il punto di rottura definitivo arriva nell’estate del 2017, con un semplice SMS da parte di Conte: “In bocca al lupo per il prossimo anno, ma non rientri nei miei piani”


La prima grande controversia di Diego Costa, però, sorge qualche anno prima. Perchè: “come fai a rifiutare di giocare nella Nazionale del Brasile”?
Nella primavera del 2013, Costa gioca solo due amichevoli con la maglia verdeoro. Nemmeno 90 minuti complessivi, 21 contro l’Italia, 12 contro la Russia. Nell’estate successiva, risiedendo in Europa da ormai otto anni, ottiene la cittadinanza spagnola e quindi la possibilità di giocare con la Roja. Si trova davanti a un bivio.
La sua scelta è proprio la Spagna e, per uno scherzo del destino, il mondiale alle porte si gioca proprio in Brasile. I tifosi brasiliani infatti lo accolgono come il peggior traditore, sotterrandolo di fischi a ogni tocco di palla. Un atto di lesa maestà nei confronti della Confederação Brasileira de Futebol, che lo accusa di averlo fatto per soldi.
La patria prende questa scelta come un vero e proprio tradimento tanto che il Ct Felipe Scolari dice che il brasiliano sta voltando le spalle ai sogni di milioni di persone.
“E’ stata una decisione difficile per tutto quello che significa dover decidere fra il paese in cui sei nato e il paese che ti ha dato tutto, che è la Spagna. Ci ho pensato e la cosa giusta per me è giocare con la Spagna. Qui mi sento valorizzato ogni giorno, sento l’affetto della gente. Voglio che la gente capisca che in nessun momento ho rinunciato al Brasile. E’ il Paese in cui sono nato, dove ancora oggi vive la mia famiglia e dove vivrò io quando smetterò di giocare a calcio. Ma per me è un grande onore giocare per la Spagna”. Questa è la risposta di Costa.
Al di là delle polemiche, tra il 2014 e il 2018, gioca 24 partite e mette a segno 10 gol.
Questo episodio gli aggiudica l’etichetta come uno dei giocatori più divisivi e controversi di sempre. Ma non è l’unico motivo per cui ha fatto discutere: Diego Costa si è sempre contraddistinto per un atteggiamento sfrontato.
Nel dicembre del 2015 l’Équipe pubblica un articolo riguardo i calciatori più odiati al mondo e tra questi, proprio al primo, posto figura Diego Costa, descritto come “provocatore, aggressivo e violento”.
È un giocatore che vive e interpreta il calcio d’istinto, mettendo in campo una fisicità estrema e una ferocia che spesso fanno scattare scintille con avversari o direttori di gara. Nato per fare la guerra su ogni pallone e nessuno mai potrà cambiare questa natura. Una natura oggettivamente aggressiva dimostrata da 161 cartellini gialli e sette cartellini rossi accumulati in tutta la carriera.
A fine 2024 Costa lascia il Grêmio e da quel momento in poi rifiuta tutte le proposte che gli vengono fatte. A febbario 2026, nel podcast El camino de Mario, del suo ex compagno di squadra Mário Suárez, annuncia ufficialmente il suo ritiro, spiegando che la fame e gli stimoli per continuare a giocare sono ormai svaniti.


Se da un lato la controversia del brasiliano nasce per il tradimento della sua terra madre, nel caso di Trent Alexander Arnold la spaccatura nasce da un tradimento delle radici locali. L’inglese inizia la sua carriera nelle giovanili del Liverpool. Il piccolo Trent ha appena sei anni quando comincia a giocare per i Reds. Diventa uno di loro, il simbolo del legame tra il popolo e la squadra, l’idolo indiscusso cresciuto sotto l’ala protettiva di Jürgen Klopp, tanto che nel murale a lui dedicato fuori Anfield appare la scritta I’m just a normal lad from Liverpool.

L’inglese colleziona ben 354 presenze, mettendo a segno 23 gol e 86 assist e conquistando 9 trofei complessivi (inclusa la Community Shield), tra cui due Premier League e una Champions League.
Nel maggio del 2025 Alexander-Arnold informa il club che, a scadenza di contratto (30 giugno), non avrebbe avuto intenzione di rinnovarlo. I Blancos però pagano un indennizzo di 10 milioni di euro per averlo prima della fine di giugno, perciò anche in tempo per il Mondiale per Club. I tifosi vedono questo come un atto di lesa maestà nei confronti di quel club che lo ha cresciuto e reso probabilmente uno dei terzini più forti degli ultimi anni. Klopp non nasconde un po’ di amarezza per come si è evoluta la situazione, dicendosi deluso dai fischi e dal clima freddo che circonda il giocatore nell’ultima parte della stagione.
Dopo l’addio, un tifoso si riprende e posta sui social un video mentre brucia la maglia dell’ex numero 66, proprio per simboleggiare il fatto che lo sta cancellando. Non è la prima volta: la memoria dei tifosi torna al gennaio del 2011, quando Fernando Torres passa al Chelsea e la maglia dell’attaccante spagnolo viene bruciata in un misto di rabbia e delusione.
Per la Kop abbandonare il club della propria vita significa un vero e proprio tradimento per cavalcare l’onda di una delle maglie più ambite di tutte. Un’altra parte di tifosi sostiene invece, a malincuore, che il Real Madrid è una di quelle squadre considerate come il punto di arrivo per molti giocatori. E a quel punto della sua carriera è giusto sfruttare l’occasione.
Nel novembre del 2025 il Real Madrid gioca a Liverpool per la Champions League. Alla vigilia del match Slot dichiara in conferenza stampa: “Ho bellissimi ricordi del giocatore e dell’essere umano. Era il nostro vice-capitano, è stato il mio vice-capitano la scorsa stagione. Ho ricordi di lavoro con lui che sono stati solo positivi e ho ricordi di quando lo guardavo davanti alla televisione che sono altrettanto positivi. Ricordo diversi momenti belli in cui indossava la maglia del Liverpool. Quindi riceverà un caloroso benvenuto da me”. Anche lo stesso Alexander Arnold smorza la tensione dicendo che, indipendetemente da tutto, lui amerà sempre i Reds.

La squadra di Slot vince 1-0. Alexander-Arnold entra a una decina di minuti dalla fine. Cosa accade? Ovvio, una pioggia di fischi ad ogni tocco dell’esterno inglese. Lo stadio che una volta lo aveva cullato, ora gli punta il dito contro. Il murale a lui dedicato vicino allo stadio, anche il giorno del match, viene nuovamente vandalizzato con la scritta “rat“.
Se dovessimo invece parlare di tattica, non c’è altro giocatore che, come lui, divide tanto tifosi e opinionisti. Su Diego Costa forse pochissimi discutono il suo valore tecnico. Per Alexander-Arnold la situazione è un po’ diversa. Anche in questo campo, infatti, ci sono una parte di appassionati che pensano che sia il regista perfetto: passaggi precisi, dribbling, cross e angoli millimetrici. Alexander-Arnold infatti sa calciare il pallone come pochissimi altri.
Tanti altri però affermano che non ci si può permettere un lusso del genere se ci sono delle grosse lacune dal punto di vista difensivo, se non ripiega o non segue l’uomo alle spalle. Proprio come commenta Jamie Carragher, ex difensore del Liverpool e opinionista televisivo. Lui afferma che quando la squadra è in fase difensiva, si vede il peggio di Alexander-Arnold.
Ad oggi non è un riferimento nel Real Madrid, dove spesso e volentieri perde il ballottaggio contro Denzel Dumfries.
Diego Costa e Trent Alexander Arnold sono e sono stati, a loro modo, divisivi. Uno per la propria irriverenza, capace di trasfromare il manto verde in un’arena di combattimento; l’altro per aver spaccato in due il cuore dei tifosi dei Reds, lasciando la squadra della sua città per seguire la luce bianca di Madrid e finendo lui stesso intrappolato in una realtà che lo tratta come uno sconosciuto.

Ma una cosa è certa, sono entrambi nati per dividere e non hanno mai lasciato nessuno indifferente. Non conoscono sfumature. E forse in un calcio moderno che vive sempre di più di personaggi pensati e non di calciatori veri e propri, abbiamo disperatamente bisogno di figure così, cioé spigolose, ma autentiche. Calciatori capaci di farsi amare da tanti e odiare da altrettanti e che restituiscono al calcio la sua essenza primaria: la totale assenza di neutralità.
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