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Atlético Madrid: Colchoneros vs Acme

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Calcio, Campionati esteri –

Atlético Madrid: Colchoneros vs Acme

L’Atlético Madrid è una squadra con due personalità. Una è quella del dottor Jekyll: ordinata, feroce, quasi scientifica. Una squadra che sa diventare una corazzata quando dall’altra parte c’è l’acerrimo rivale, il Real Madrid. L’altra è Mr. Hyde: quella impulsiva, irrazionale, capace di cambiare faccia, di rendere complicata una partita già vinta e di trasformare una stagione promettente in un’altra domanda senza risposta.

È una squadra che può battere chiunque e perdere contro chiunque. Una squadra paradossale in ogni sua forma, ma è forse questo che la rende affascinante. Un po’ Jekyll, un po’ Hyde, ma anche un po’ Willy il Coyote, anzi Willy il Colchonero: sempre a un passo dal burrone, sempre pronto a ordinare un altro razzo all’Acme, che qui diventa il fato calcistico. Ma come Willy, i Colchoneros non si abbattono mai, le provano tutte per provare ad afferrare Beep Beep (in questo caso i titani del calcio spagnolo, Real Madrid e Barcellona). Ma almeno la vita, diversamente dal cartone Looney Toones, regala anche qualche soddisfazione per Willy il Colchonero: ha vinto la Liga nel 2014 e nel 2021. Due annate, al cui inizio, nessuno avrebbe puntato sui Colchoneros campioni di Spagna. Ma l’Atlético ha sorpreso sempre, anche in altre occasioni, senza trofei in palio.

A casa del nemico

C’è una leggenda, raccontata più volte nei decenni e mai del tutto confermata dal suo stesso protagonista, che dice questo: nel gennaio 1976, un bambino di otto anni assiste al Vicente Calderón alla vittoria dell’Atlético per 1-0 sul Real Madrid. Alla fine, qualcuno gli chiede di che squadra sia. Lui risponde: “Del Atlético”. Quel bambino, allora principe delle Asturie, oggi è il re di Spagna, Felipe VI. La storia è diventata quasi folklore rojiblanco (al punto da essere ripresa da testate spagnole per anni) anche se lo stesso Felipe, interrogato di nuovo da adulto, avrebbe smentito di essere davvero un tifoso dell’Atlético.

Vera o no come fede calcistica, quella partita del 1976 è reale, ed è il primo capitolo di una coppia di vittorie interne che Willy il Colchonero, nei quarantanove anni successivi, non sarebbe più riuscito a ripetere: l’anno dopo, gennaio 1977, arriva il 4-0 con doppietta di Rubén Cano.

Un tabù durato fino al 20 settembre di quest’anno. Il 2-1 di Grimaldo e David, dopo il 5-2 dell’anno precedente, chiude finalmente il cerchio. Opta lo certifica con la consueta freddezza: due derby di Liga vinti di fila in casa propria dall’Atlético, non succedeva proprio dal gennaio 1977. Il fato calcistico, Acme, ha imposto questo tabù per quasi 50 anni.

Ma la statistica più interessante del derbi madrileno è un’altra. Riguarda lo stadio rivale, l’unico e indiscutibile Santiago Bernabéu, quello che l’Atlético ha imparato a odiare e, insieme, a usare come sala dei trofei. Nel cartone animato il Coyote cade spesso nel canyon, mentre nel calcio spagnolo Acme aiuta più spesso Willy il Colchonero: delle dieci Cope del Rey vinte dall’Atlético centoventitré anni di storia,infatti, nove sono state alzate al Santiago Bernabéu. Nella casa del nemico, sul suo prato, sotto i suoi riflettori.

Quattro finali, un solo padrone di casa che perde sempre

L’altro paradosso è che quattro di quelle nove Coppe del Re l’Atlético le ha giocate e vinte proprio contro il Real Madrid, al Santiago Bernabéu. Nel 1960 e nel 1961. Poi Nel 1992 un 2-0 firmato da due nomi che suonano come un’epoca intera, Bernd Schuster e Paulo Futre. E poi il 2013: Cristiano Ronaldo porta avanti i suoi al 14′, ma Diego Costa pareggia al 35′, Mourinho, lo Special One (che tredici anni dopo avrebbe perso al Metropolitano, che nel 2013 era ancora un cantiere) viene espulso al 76′. Ai supplementari l’Atlético prevale. La fine di un incubo: vengono cancellati quattordici anni senza il trionfo di un derby contro i blancos (l’ultima vittoria dell’Atlético risaliva al 1999). Un altro tabù sfatato.

L’unica delle dieci Coppe non arrivata al Bernabéu è quella del 10 aprile 1996, alla Romareda di Saragozza: un gol di Milinko Pantić al 102′, su cross di Geli, contro il Barcellona. In campo c’era infatti un centrocampista argentino, magro, grintoso. Il suo nome? Diego Simeone. Diciassette anni dopo, lo stesso uomo, diventato allenatore, diventato idolo, diventato ormai un’etichetta del club avrebbe chiuso il cerchio proprio al Bernabéu, con un cross di Koke trasformato in gol da João Miranda.

Come se il destino avesse solo bisogno di aspettarlo dall’altra parte. In questi casi, qualsiasi film o cartone o universo immaginario definirebbe El Cholo come The Chosen One, il Prescelto dagli dei del calcio, anzi da Acme.  L’Atlético, almeno nelle notti più grandi, sembra sapere perfettamente quale delle sue due facce mostrare.

Colchoneros vs Acme Liga diretto da Guy Ritchie

Come Willy il Coyote, l’Atlético è sempre a caccia della stessa preda, sempre con un piano nuovo, sempre a un passo dal burrone. L’avversario è spesso favorito sulla carta, ma solo per la nomea dei titolari, perché l’Atlètico non vuole disporre di una rosa di Galakticos. A livello finanziario, anzi, la dirigenza rojiblanca non ha nulla da invidiare alle altre big europee. Se volesse ingaggiare i più forti al mondo, potrebbe benissimo farlo, ma trasgredirebbe le proprie radici identitarie e sportive, totalmente diverse da Real Madrid e Barcellona. Ovviamente l’Atlético ha ingaggiato campioni affermati in passato e lo farà in futuro, perché è necessario per competere, ma fino a un ceerto punto. Il coyote ha a cuore la propria aidentità, ha altri piani e sa spesso come poter catturare Beep Beep.

Le partite dell’Atlético sembrano anche un film di Guy Ritchie. Ci sono molti personaggi, entrate improvvise, dettagli che sembrano secondari, che però cambiano tutto. Ogni piano è perfetto sulla carta, poi però arriva l’imprevisto. La stessa logica alla fine delle trappole di Willy il Coyote che vuole catturare Beep Beep. Qui, però, i prodotti Acme funzionano più spesso. Il derby del 20 settembre scorso contro il Real Madrid è andato esattamente così. Minuto 52: Dean Huijsen segue Giuliano Simeone in area, arriva un attimo dopo il pallone e un attimo prima del fischio. Ingenuità totale: rigore e giallo. Poi il VAR: il giallo diventa rosso.

Il Metropolitano, che fino a quel momento aveva trattenuto il fiato per un tempo intero, esplode tutto insieme. Grimaldo si prende il pallone, lo mette sul dischetto e non trema: 53′, 1-0. Sei minuti dopo, ancora Giuliano, rasoterra per Jonathan David: 2-0.

Attenti a quei due: Giuliano e David

Simeone, Giuliano. Un giovane di ventitré anni, che fino a poco tempo fa veniva presentato, per pigrizia giornalistica, come “il figlio del Cholo”, ha deciso un derby contro il Real Madrid. Ricapitolando: ha strappato il rigore e il rosso a Huijsen, ha servito il pallone del raddoppio a David, e al 93′ ha ripulito in area un’azione firmata Kylian Mbappé. Ma c’è altro: due gol e due assist in sette giornate di campionato. Per una sera, almeno, il cognome non spiegava più il giocatore. Giuliano era semplicemente Giuliano, dentro una squadra che aveva appena battuto il Real Madrid di Mourinho, Bellingham, Mbappé, Vinicius…

E poi c’è lui, Jonathan David, il canadese che porta il peso di una stagione che a Torino nessuno vuole ricordare: 8 gol e 5 assist in 47 presenze con la Juventus, fuori dai piani di Spalletti. Jonathan David ha trovato all’Atlético in tre partite quello che a Torino non aveva trovato in una stagione intera. I numeri? Tre partite, tre gol, primo giocatore dell’Atlético in questo secolo a riuscirci nelle sue prime tre presenze di Liga. Giuliano e David sono due nuovi personaggi dentro il cartone dell’Atlético, ma il copione continua a essere quello di sempre: quando la partita sembra avere una direzione, qualcosa cambia.

Cholismo 2.0

Le ultime stagioni del cartone/film/serie tv, qualsiasi forma sia, racconta un Atlético diverso dalla caricatura dell’autobus parcheggiato davanti alla porta. Simeone e i Colchoneros hanno abbandonato da tempo l’identità difensivista. Willy il Colchonero ha imparato infatti ad adattarsi e a evolversi nelle ultime stagioni. Opta ha misurato 2,38 gol attesi contro 0,32. Il Real Madrid non produceva così poco in un match di Liga dal febbraio 2015. E anche allora, per una coincidenza che sembra quasi uno scherzo, l’avversario era lo stesso: l’Atlético Madrid di Simeone. Nove tiri in porta, il massimo mai registrato in un derby di campionato durante l’era del Cholo in panchina.

C’erano 70.514 spettatori sugli spalti, record assoluto per il Metropolitano, a soli 299 posti dal tutto esaurito. E per la prima volta in Liga, escluse coppe nazionali e internazionali, Simeone ha battuto Mourinho, dopo tre sconfitte su tre tra il 2012 e il 2013 contro lo Special One. La storia che cambia, con soliti schemi, ma con interpreti diversi. Simeone non è lo stesso di 13 anni fa, Mourinho altrettanto.

C’è spazio anche per un altro dettaglio: quella sera Koke, entrato dalla panchina, ha completato 62 passaggi su 64 tentati, e con quella prestazione è arrivato a 748 partite ufficiali in carriera, ottavo nella classifica di sempre dei giocatori con un solo club in Europa, dietro solo a Giggs, Maldini, Zanetti, Akinfeev, Totti, Bergomi ed Ettori.

Jekyll non lascia morire Hyde

Ma il calcio dell’Atlético non è solo metamorfosi. È il tentativo di governarla. È quello che Simeone ha imparato a fare nel corso degli anni: adattarsi senza perdere il controllo delle proprie risorse. Forse il Cholismo 2.0 è proprio questo. Non una squadra che gioca sempre allo stesso modo, ma una squadra che ha imparato a cambiare modo di giocare senza smettere di essere un osso duro per qualunque avversario.

L’era di Simeone è la più vincente nella storia del club madrileno: otto titoli, un record che nessun allenatore rojiblanco aveva mai raggiunto. Ma è anche, dal 22 maggio 2021 a Valladolid, che non si alza un trofeo. Una bacheca di coppe che resta invariata, nonostante una squadra competitiva, con un centravanti di caratura internazione come Julian Alvarez. Una squadra che non vince da anni può essere una squadra in declino, ma l’Atlético, invece, continua a sembrare una squadra capace di esplodere da un momento all’altro. È Jekyll che non lascia mai morire Hyde.

Il paradosso dell’Atlético Madrid: perdere e vincere contro chiunque

È questo il paradosso di Willy il Colchonero: non si può mai considerare l’Atlético fuori dalla corsa, ma nemmeno dare per scontato che trionfi. Ogni stagione ricomincia con la stessa domanda: può essere quella buona? La storia recente dice che sì, può esserlo.

Il 2-1 del Metropolitano non risponde a questa domanda. Non aggiunge un trofeo al palmarès, non cancella il digiuno iniziato il 22 maggio 2021 e non cambia il fatto che la Champions League, quella vera, non sia mai arrivata. Ecco, se si dovesse fare una trasposizione calcistica del cartone dei Looney Tunes, Beep Beep sarebbe la Champions League (due volte sfiorata, ma mai conquistata), con Willy il Colchonero sempre intenzionato a vincerla, con strategie diverse. In Europa Acme non funziona come in Spagna. Tuttavia più volte l’Atlético ha eliminato squadra favorite per la vittoria finale (vedi Barcellona, più di una volta, il Bayern nel 2016 , il Liverpool nel 2020).

E tutto ciò conferma ulteriormente perché l’Atlético continua a essere una squadra impossibile da sottovalutare. Può giocare partite con la struttura di un film di Guy Ritchie, dove una deviazione, un’espulsione, un assist o un gol cambiano tutta la storia, sfatando i tabù. E poi ricominciare da capo.

Forse essere colchonero significa proprio questo: battere chiunque, perdere contro chiunque, aspettare ogni stagione per trionfare, anche quando sembra impossibile. Il Coyote, che non ha paura di cadere, pronto a riprovarci e ricordare che ogni tanto, contro ogni logica, anche Beep Beep si ferma. Questa motivazione e questo ottimismo sono sempre stabili nella mente dei tifosi colchoneros, più carichi e decisi degli undici rojiblancos in campo. Per loro è troppo importante tifare e combattere. E credere, nonostante tutto, che ogni stagione possa sempre essere quella giusta.


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  • Fondatore di FuoriDalGioco. Studente di Scienze Giuridiche.
    Gestisco e coordino ogni attività diretta alla pubblicazione di contenuti come articoli e video, insieme alle pubbliche relazioni. Non mi pongo limiti di fronte alla possibilità di crescere e cerco l’avanguardia in ogni ambito. La mia missione è raccontare lo sport nella piena originalità.

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