15 Dicembre 2025
Parto da un’immagine, quella di Davide Bartesaghi, autore di una doppietta a San Siro contro il Sassuolo. Da questa immagine nasce una domanda, una domanda che torna spesso di moda quando si verificano scenari del genere. Perché le squadre di Serie A guardano sempre fuori e mai dentro? Perché si ostinano a cercare in casa del vicino qualcosa che hanno in casa loro? Perché i giovani italiani vengono sempre accantonati? Cosa spinge a farlo?
Lo abbiamo usato come introduzione, ma perché Davide Bartesaghi è il simbolo della domanda che vi ho posto? La spiegazione è molto facile. Dopo la partenza di Theo Hernandez, il Milan si è messo subito alla ricerca di un sostituto che potesse garantire continuità e prestazioni sulla fascia sinistra, andando a comprare Pervis Estupinan, terzino ventisettenne proveniente dall’Ecuador.
Tuttavia le prestazioni dell’ex Brighton hanno lasciato da subito a desiderare, spingendo così Allegri a dare spazio a Davide Bartesaghi, classe 2005 cresciuto nelle giovanili rossonere. Ed ora, a distanza di 15 giornate dall’inizio del campionato, il posto da titolare lo ha conquistato Bartesaghi, regalandosi oggi a San Siro la gioia del primo (e successivamente anche del secondo) gol con i “grandi”.
A dimostrazione che forse non era davvero necessario cercare all’estero, bastava guardare dentro il proprio orto per trovare il frutto più buono.

Ormai è un mantra visto e rivisto: ogni sessione di mercato le squadre di Serie A vanno a caccia dei nomi esotici, di investimenti milionari. Si cerca sempre dove il talento costa di più, dove il clamore supera il valore del reale bisogno. Le nostre dirigenze sembrano affette da quella che potremmo chiamare la “sindrome della scatola estera”: tutto ciò che arriva da fuori appare più luccicante, più moderno, più sicuro. Il prodotto nostrano, invece, è visto come fragile, rischioso, da maneggiare con cautela.
E questo accade principalmente per la fretta di vincere subito: non c’è tempo per aspettare che un giovane sbagli, cresca e impari, serve un giocatore pronto, e il risultato è spesso un paradosso, con un giocatore su cui si sono investiti milioni ma che finisce per essere spedito in prestito l’anno successivo.
L’altra motivazione è la paura: se sbaglia il giovane del vivaio, il peso ricade diretto sulla società, se sbaglia il giocatore straniero, la colpa si divide tra mercato, allenatore e contesto difficile. Insomma, tutte le attenuanti per deviare il problema.
E intanto nei vivai italiani i giovani con talento scalpitano, pronti a colpire non appena avranno l’occasione. Sembra come che le squadre di Serie A ormai siano colpite da una sorta di miopia autoinflitta: si guarda benissimo all’estero, ma si è ciechi quando bisogna guardare ai propri vivai.

Il discorso vero è che il talento italiano non è morto, come spesso si vuole far credere, ma è parcheggiato. Viene spedito in provincia, si fa le ossa, magari esplode. E a quel punto diventa un “profilo interessante”, da ricomprare a cifre triplicate. È l’assurdità di un sistema che preferisce pagare due volte per ciò che aveva già in casa.
Le grandi della Serie A devono smettere di considerare i giovani come un peso o una scommessa ingestibile. Il ragazzo del vivaio non è solo identità e futuro, ma anche il miglior investimento possibile se gestito con intelligenza.
Bartesaghi, al livello di Camarda, Esposito e tanti altri, non chiede una corsia preferenziale, né tantomeno regali. Chiede solo ciò che, ad oggi, sembra merce rara nel calcio italiano per un ragazzo del vivaio: una vera occasione per dimostrare il valore.
E forse, e dico forse, sarebbe il caso di dargliele queste occasioni ai nostri giovani.
O vogliamo continuare a piangerci addosso poi quando la nazionale italiana gioca male?
Commenti