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Arteta vs Simeone: il calcio sporco insegna sempre

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Calcio, Campionati esteri –

Arteta vs Simeone: il calcio sporco insegna sempre

L’1-1 di Atletico-Arsenal, valido per la semifinale di andata di Champions, non è un risultato, ma un cortocircuito culturale. Il calcio moderno — anzi, il politically correct calcistico — ha spesso definito l’Atletico Madrid come l’archetipo dell’anticalcio: falli tattici, provocazioni, ostruzionismo. Ma ieri sera al Metropolitano qualcosa si è incrinato nella narrativa. L’Arsenal di Arteta ha completato il processo di gentrificazione di quello stile: ha copiato la garra di Simeone, l’ha ripulita con il branding della Premier League e se n’è tornato a Londra con un pareggio molto rilevante. E lo ha fatto emulando l’ideale su cui si basava il Cholismo: aggressività e furbizia.

Le Dark Arts di Arteta 2.0

Non è una cosa nata ieri sera. È il DNA dell’Arsenal di Arteta, costruito mattone per mattone nel corso di una stagione intera. Ma molti prediligono una squadra più pulita ed elegante. Yaya Touré si è espresso “deluso” dal gioco dei Gunners. Ruud Gullit lo ha definito “davvero brutto da guardare” in televisione olandese. Senza dimenticare quando il tecnico del Brighton Hurzeler ha chiesto pubblicamente una modifica del regolamento per fermare le routine sui calci piazzati di Arteta, sostenendo che in una partita contro il Chelsea il pallone era stato in gioco appena 52 minuti e 59 secondi su 101 totali. Jamie Carragher ha pure ammesso: “Ogni volta che l’Arsenal ottiene un corner, ho la testa tra le mani. Non ho mai visto niente di simile nel calcio.”

Nonostante ciò, Pep Guardiola, il nemico attuale dell’Arsenal nella conquista della Premier League, ha preso le difese dei Gunners, definendo il dibattito sulle loro “dark arts” “sempre più rumoroso e noioso” e sostenendo che la gestione del gioco è un problema per gli arbitri, non per gli avversari. Quando il tuo avversario principale ti difende, significa che forse gli altri stanno esagerando un po’. La tua tesi può essere anche giusta, ma l’eccessività nell’affermarla porta alla noia e al disgusto, rischiando di passare “dalla parte del torto”…

Cholo, non te l’aspettavi

“I’ve created a monster.” – cantava Eminem nel suo iconico brano “Without Me” nel 2002.

Ora immaginate il Cholo Simeone cantarla negli spogliatoi del Wanda Metropolitano. Perché?

Mentre l’Atletico di Simeone si basava sul contatto fisico per intimidire l’avversario, l’Arsenal di Arteta ha presentato la versione 2.0 delle Dark Arts: la manipolazione chirurgica del contatto. Il primo rigore? Un’estensione forzata del concetto di “contatto di gioco”, dove la passività del difensore viene punita dalla ricerca attiva dell’attaccante. Gyökeres ha fatto il “mestiere” (come direbbe Franchino Er Criminale) per conquistarsi il penalty. Simeone stesso, in conferenza stampa, ha ammesso tra le righe:

“Nel mio umile parere, il giocatore sente un contatto sulla schiena e cade. In una semifinale di Champions questo non può essere rigore.” Traduzione: è stato fregato, e lo sa.

Arteta ha studiato bene Simeone

Poi la simulazione di Eze non è un semplice tuffo, ma un capolavoro di biomeccanica applicata all’inganno: non ha cercato il pallone, ma solo la “frame” giusta, pensando di ingannare il VAR. L’attaccante Gunners ha indotto l’arbitro Makkelie all’errore. Tuttavia, se l’Atletico “sporca” la partita, viene punito dal giudizio morale dei media; se lo fa l’Arsenal, viene lodato per la sua “maturità agonistica” e la sua capacità di “vincere sporco”.

Vale la pena notare che l’Atletico ha prodotto un xG di 2.22, il secondo valore più alto concesso dall’Arsenal in tutta la stagione, ciò significa quindi che i Gunners hanno anche sofferto e saputo soffrire. Sì, perchè nel calcio, per avere solidità, devi saper soffrire. Declan Rice ha completato 83 passaggi: il secondo dato più alto per un centrocampista inglese in una semifinale di Champions dalla stagione 2003/04. Forse le Dark Arts erano il piano B e non il piano A.

La Narrativa del “Saper Soffrire”

TestataAngolo dell’articolofrasi
The AthleticTactical Maturity“Arteta ha finalmente iniettato quel veleno necessario per vincere in Europa. Non è cinismo, è intelligenza situazionale.”
Daily MailThe New Invincibles“L’Arsenal ha battuto Simeone nel suo stesso giardino. I Gunners non sono più i ‘ragazzi carini’ che perdono con onore.”
The GuardianEze’s Awareness“La capacità di Eze di capitalizzare il minimo contatto dimostra una maturità che all’Arsenal mancava dai tempi di Vieira.”
L’EquipeLe Maître et l’Élève“L’Arsenal ha giocato una partita speculare, accettando di sporcarsi le mani per portare a casa un risultato d’oro.”

Arteta usa termini diversi

“Gli amici tieniteli stretti… ma i nemici, anche più stretti.” — Michael Corleone, Il Padrino II, 1974

Simeone è rimasto vittima della sua stessa medicina. Eppure il copione mediatico è rimasto invariato: se l’Atletico sporca la partita, viene punito dal giudizio morale dei media; se lo fa l’Arsenal, viene lodato per la sua “maturità agonistica”.

I giornali inglesi lo chiamano oggi: “Elite Game Management”. È la parola magica per nascondere la parola “furbizia”…

Arteta in conferenza stampa ha usato esattamente quel registro:

“Ho visto alcune delle migliori squadre del mondo venire qui e crollare subendo tre o quattro gol. La nostra capacità di gestire il contesto per nove mesi e mezzo è straordinaria.”

“Gestire il contesto”. Non giocare bene o dominare. Questo è il vocabolario di Simeone tradotto in inglese con un ufficio stampa migliore.

L’adattamento fa la differenza

“Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare lui stesso un mostro.” — Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886

L’Arsenal ha gentrificato il male, l’antitesi del calcio pulito, rendendolo elegante e efficace. Il Cholo non è riuscito a rimontare non contro una squadra migliore — i dati sopra dicono che l’Atletico ha creato di più, almeno nel secondo tempo — ma contro una versione più furba e protetta della sua stessa creatura. Tredici partite consecutive senza sconfitte in Champions League: l’Arsenal ha eguagliato il suo record storico in Europa. Non con il tiki-taka o con il bel gioco, ma con l’adattamento. In Champions i Gunners hanno saputo adattarsi per gestire bene tutte le fasi di gara: per es, nell’1-3 conquistato a Gennaio a San Siro contro l’Inter, Gyokeres ha segnato il gol che ha chiuso la partita sfruttando la fase finale di gara dove i neroazzurri si erano sbilanciati alla ricerca del 2-2. Bravi a sfruttare la prima occasione con maggiore cattiveria e cinismo.

Usciamo dai giochetti social e mediatici: se detestate un tipo di calcio, non può andarvi bene quando lo adotta la squadra che sostenete? Dovrebbe andarvi bene, perché per vincere — nel calcio e nella vita — bisogna adattarsi . Anche perché la capacità di adattamento a un contesto, un ambiente o qualsiasi cosa è la qualità principale che differenzia gli esseri umani da tutti gli altri esseri viventi. Se giochi contro un avversario aggressivo e fisico al Metropolitano con 68.000 persone che tirano rotoli di carta igienica in campo, non puoi impostare tutto sul possesso palla e la giocata di qualità tecnica.

Impara dal mostro

Darwin diceva infatti che sopravvive chi si adatta. Il 5-4 di PSG-Bayern racconta le filosofie di Luis Enrique e Kompany. L’1-1 di Madrid racconta Simeone e Arteta. Due semifinali, due ideologie opposte ed entrambe legittime. Non condanniamo la varietà. Si dice spesso che “il mondo è bello perché è vario”.

Il mostro non va combattuto, ma emulato e l’Arsenal lo ha capito.

In una scena della serie tv Billions (se non l’hai guardata, non importa) un personaggio principale, il procuratore Chuck Rhoades spiega a Taylor Mason che lui stesso e Bobby Axelroad (altro personaggio principale) sono entrambi posseduti da una specie di “mostro”, ma Chuck riesce in qualche modo a contenerlo, perché possiede un codice da rispettare. Taylor domanda: “Mi serve quel codice?“ Chuck risponde direttamente: “No, le serve quel mostro”.

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  • Fondatore di FuoriDalGioco. Studente di Scienze Giuridiche.
    Gestisco e coordino ogni attività diretta alla pubblicazione di contenuti come articoli e video, insieme alle pubbliche relazioni. Non mi pongo limiti di fronte alla possibilità di crescere e cerco l’avanguardia in ogni ambito. La mia missione è raccontare lo sport nella piena originalità.

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