08 Maggio 2026
“Noi eravamo gli invincibili, e non abbiamo vinto la Champions. Se ce la farete, diventerete per tutti gli indimenticabili”. Con queste parole, Thierry Henry commentava a Fox Sports la qualificazione dell’Arsenal alla finale di Uefa Champions League. I Gunners dell’ex stella francese demolirono la Premier League, chiudendo da imbattuti, eppure le grandi notti europee rimasero un sogno lontano. Non è, quindi, esagerato affermare che qualora i ragazzi di Mikel Arteta riuscissero a battere il Paris Saint Germain scriverebbero la storia e il mito del club inglese.
Tutto ciò portando avanti un altro grande obiettivo, che è quello del campionato, nel quale sono padroni del loro destino dopo il rocambolesco 3-3 tra Manchester City ed Everton. Ma essere indimenticabili…è un mostro bifronte. E se il lato positivo è scolpire la memoria collettiva con la gloria del successo, il contraltare è venire ricordati per aver nuovamente fallito a un passo dal traguardo. Un confine labile tra apoteosi e smarrimento, tra inferno e paradiso, tra il mito degli invincibili e lo spettro di essere indimenticabili.

Ci sono squadre che costruiscono la propria tradizione su una cultura vincente, fatta di trofei e continuità. E poi ce ne sono altre che si portano dietro il sospetto di non saperlo fare fino in fondo. L’Arsenal, da ormai oltre un ventennio, flirta prepotentemente con la seconda categoria. Non certo per mancanza di qualità, o di investimenti, quanto più per una tendenza quasi inquietante nel fermarsi un passo prima. Dal 2004 — ultimo titolo di Premier League — il club ha sempre stentato in campionato. In Champions, una sola finale, nel 2006, persa 2-1 in rimonta contro il Barcellona nell’arco di cinque minuti, tra il 76esimo e l’81esimo. Non è una lacuna episodica: come vedremo, è quasi un tratto dinastico.
Negli ultimi anni l’Arsenal ha prodotto numeri che, in un contesto normale, porterebbero quasi certamente un trofeo. Nel 2023-24 chiude con 89 punti, miglior difesa del campionato (29 gol subiti) e 91 gol segnati. È una stagione da titolo, ma arriva seconda. Nel 2022-23 resta in testa per 248 giorni, il numero più alto per una squadra che non vince il campionato. Il riferimento che abbiamo posto in apertura, quello degli invincibili, rimane vivido. Gli ultimi a vincere la Premier, con un cammino chirurgico: 26 vittorie, 12 pareggi. La squadra perfetta. Ma non completa. Perché in Champions esce ai quarti contro il Chelsea. E da lì forse nasce una contraddizione che si trascina fino ad oggi: l’Arsenal può essere dominante, ma non necessariamente decisivo. Non è solo memoria, è una chiave di lettura. Perché, nel calcio, le percezioni contano.
Nonostante i fallimenti, alcuni dei quali al limite dello psicodramma, non bisogna trascurare la mano e la filosofia di Arteta. Se i Gunners, da diverse stagioni, ricoprono ruoli apicali di classifica in Premier e se si trovano in finale d Champions lo devono in larga parte a lui. Lo spagnolo, arrivato nel 2019, aveva raccolto i cocci di un cantiere sportivo disorganizzato e destrutturato. In poco tempo lo ha completamente rivoluzionato a sua piena immagine.
Il più importante intervento è orientato a garantire equilibrio e il dato sui gol subiti e sugli xG concessi gli dà ragione. L’Arsenal di oggi costruisce spesso con un 3+2: un terzino (spesso Zinchenko) che si accentra, i due centrali larghi, e un doppio pivot che garantisce uscita pulita e copertura preventiva. Questo consente alla squadra di occupare meglio le rest defence, riducendo le transizioni subite. Non è mancata l’ironia sul cosiddetto “haramball” di Arteta, ma ad onor del vero il suo Arsenal è consolidato tra i migliori attacchi della Premier, con picchi vertiginosi come gli 88 gol del 2022-2023 o i 91 dell’annata seguente.

L’etichetta di perdenti storici è dura da cancellare, specialmente se sedimentata da ventidue anni di frustrazioni intervallati da fugaci successi in trofei nazionali. Tuttavia, questo finale di stagione ha un retrogusto differente. L’Arsenal in Premier si era complicato la vita a seguito della sconfitta nello scontro diretto col City, ma attualmente ha di nuovo un “minibreak” di vantaggio. In Champions aveva sbattuto sul muro di Simeone all’andata, ma al ritorno l’ha sfangata con il più classico degli 1-0. È l’anatema che si incrina. È forse la possibilità di uscire fuori dal Matrix. Arrivare alle battute finali su due fronti cambia inevitabilmente la prospettiva, perché anche solo la conquista di uno di essi romperebbe la narrativa: nel caso della Premier, sfatando un digiuno prolungato; nel caso della Champions, sfondando una dimensione mai raggiunta prima.
La situazione dei Gunners è però anche molto scomoda. Perché se l’Arsenal non vince, questa stagione, per quanto straordinaria, verrà riletta all’interno di uno schema già visto: numeri altissimi, crescita evidente, nessun trofeo. Non siamo più, infatti, in una fase di crescita. Ora bisogna capitalizzare.
Arteta, alla guida tecnica, ha fatto passi da gigante, costruendo un’identità forte, valorizzando i suoi uomini e portandoli a lottare ciclicamente per degli obiettivi. Adesso resta un passaggio che non è più tecnico. È competitivo. Deve trasformare una squadra che arriva sempre lì, in una squadra che supera quel famoso punto di cui accennavamo in precedenza. Essere ogni anno ai vertici ma non concludere mai crea una frattura pericolosa: ti rende esposto. Ti colloca in una posizione nella quale non puoi più permetterti di essere solo forte. Devi essere definitivo. E per una squadra che per vent’anni è stata definita da ciò che non ha vinto, questa non è una sfumatura. È tutto.
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