24 Settembre 2026
Prima Vlahović, poi Leão e Pulisic. Ora Rasmus Højlund? Il sospetto, guardando il Napoli di Massimiliano Allegri, comincia a diventare difficile da ignorare. Non perché il danese sia diventato improvvisamente un centravanti scarso, né perché tutte le responsabilità debbano essere scaricate sulle spalle dell’allenatore. Ma perché c’è una domanda che i numeri impongono: quanto del vero Højlund stiamo vedendo?
La risposta, almeno osservando ciò che accade negli ultimi metri, non sembra essere incoraggiante.
Højlund ha giocato sei partite e ha toccato appena 15 palloni nell’area avversaria: uno contro il Genoa, tre contro il Como, due contro l’Inter, uno contro l’Arsenal, sei contro il Bologna e due contro la Fiorentina. Una media di 2,5 tocchi a partita.
Il confronto con gli altri centravanti delle big è quasi impietoso: Lautaro ne ha accumulati 48, Malen 47, Douvikas 31, Kolo Muani 31 e Gonçalo Ramos 24 in cinque gare. In altre parole, il centravanti con meno tocchi in area tra quelli presi in considerazione, escludendo Højlund, ne ha comunque dieci più del danese.
Højlund non è e mai sarà Lautaro, e nemmeno Malen. Non ha la stessa capacità del Toro di muoversi tra le linee, né quella di Malen di trovare continuamente la posizione dentro l’area. Il danese ha altre caratteristiche: fisicità, attacco della profondità, velocità in campo aperto, capacità di aggredire gli spazi e presenza fisica.
Ma se un centravanti con queste caratteristiche viene costantemente costretto a ricevere lontano dalla porta, spesso spalle alla porta e con due o tre difensori addosso, è inevitabile che una parte importante del suo potenziale rimanga inespressa.
Højlund sembra troppo spesso essere chiamato a fare la guerra a 35 metri dalla porta avversaria, invece che combattere quella dentro l’area.
Il dato più significativo arriva proprio da qui. In questa Serie A il danese viaggia a circa un pallone giocato nell’area avversaria ogni 24 minuti: 15 in 363 minuti in termini complessivi. Tra i centravanti con almeno 350 minuti, soltanto Paul Mendy del Cagliari ha una frequenza inferiore.
Un numero che non racconta semplicemente quanto Højlund non stia rendendo per le sue caratteristiche. Racconta quanto poco il Napoli riesca a portarlo nella zona del campo in cui dovrebbe essere più pericoloso.

C’è poi un’altra classifica che merita attenzione: quella degli expected goals.
Il primo giocatore del Napoli per xG in Serie A è Frank Zambo Anguissa, 25º con 1,30. Il secondo azzurro è Mathias Olivera, 53º. Højlund è addirittura 58º.
Il Napoli non solo non sta mettendo Højlund nelle condizioni di produrre occasioni. Ma, in generale, non sta proprio producendo abbastanza occasioni per i propri giocatori.
Lo stesso Allegri, dopo il pareggio contro la Fiorentina, ha ammesso il problema: il Napoli può avere anche il 70% del possesso, ma deve essere più concreto e avere maggiore presenza nell’area avversaria.
Il paradosso è che Højlund è esattamente il tipo di attaccante che avrebbe bisogno di essere lanciato nello spazio, servito rapidamente, messo davanti alla porta.
Allegri, invece, sembra ancora alla ricerca del modo migliore per inserirlo nella propria idea di calcio.
Il tecnico ha parlato del danese come di un attaccante dotato di grande fisicità, sottolineando però la necessità di migliorare il numero di gol. Dopo Firenze, poi, ha anche evidenziato come Højlund a volte si intestardisca, invitandolo a rimanere tranquillo.
Ed effettivamente, si può capire il motivo per cui il povero Rasmus tenda ad innervosirsi.
Perché puoi chiedere a un attaccante di essere più cattivo, più lucido, più preciso. Puoi chiedergli di segnare di più. Ma prima devi metterlo nelle giuste condizioni. E il Napoli non lo sta facendo.

Negli ultimi anni, attorno ad Allegri si è sviluppata una narrazione secondo cui alcuni attaccanti avrebbero perso centralità e incisività all’interno delle sue squadre.
Il caso più evidente è stato quello di Dušan Vlahović alla Juventus: arrivato a Torino come uno dei centravanti più promettenti d’Europa, il serbo ha attraversato stagioni complicate e un rapporto tattico con Allegri spesso discusso.
Poi c’è il Milan. Rafael Leão e Christian Pulisic hanno vissuto la passata stagione in cui il loro rendimento e coinvolgimento offensivo è stato al centro del dibattito, alimentando critiche e polemiche sulla gestione di Allegri.
Ora c’è Højlund. Il rischio che il danese finisca dentro lo stesso racconto esiste, se il Napoli continuerà a non riuscire a sfruttarne le caratteristiche. E sarebbe un enorme spreco.
Højlund non è il problema.
La questione non è stabilire se Højlund sia un grande centravanti oppure no. La questione è capire perché un giocatore con determinate caratteristiche venga coinvolto così poco nelle zone che contano.
Il Napoli deve trovare un modo per avvicinare Højlund alla porta. Altrimenti il rischio è quello di assistere all’ennesimo paradosso: un allenatore che dice di avere tra le mani un attaccante dalle grandi potenzialità e una squadra che, partita dopo partita, fa sempre meno per metterle in mostra.
E a quel punto la provocazione diventerebbe inevitabile: dopo Vlahović, Leão e Pulisic, Højlund rischia davvero di diventare il prossimo attaccante soffocato dal calcio di Max Allegri? Forse è ancora presto per dirlo. I numeri, per ora, stanno lanciando un segnale piuttosto chiaro.
Commenti