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Messi e l’Albiceleste: un amore difficile

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Calcio, Campionati esteri –

Messi e l’Albiceleste: un amore difficile

Ci sono storie che sembrano essere scritte per avere un lieto fine. Quella tra Lionel Messi e l’Argentina, invece, per molto tempo ha seguito una strada diversa.

Per raccontarla non servono tutti i gol, i record e i trofei. Bastano alcuni momenti apparentemente secondari: 47 secondi, una panchina, un addio, una frase diventata iconica e un abbraccio. Piccoli frammenti che, messi insieme, raccontano meglio di qualsiasi statistica come sia evoluto negli anni il rapporto tra Messi e la maglia dell’Albiceleste.

17 Agosto 2005, dove tutto ebbe inizio

Il primo capitolo, quasi simbolicamente, comincia male.

Il 17 agosto 2005, a Budapest, un diciottenne Messi entrò in campo al 63′ contro l’Ungheria per il suo debutto con la Nazionale maggiore. Passarono appena 47 secondi e arrivò il cartellino rosso. Nel tentativo di liberarsi dalla marcatura stretta di Vilmos Vanczák, Messi colpisce il difensore con un movimento del braccio e venne espulso.

Il dettaglio curioso arrivò però molti anni dopo. Lo stesso Vanczák, ricordando quell’episodio in un’intervista a The Athletic nel 2022, scherzò: “Maybe I started his career!“.

Fu un inizio quasi paradossale per quella che sarebbe diventata una delle più storie più lunghe tra un calciatore e la sua Nazionale.

Eppure Messi non arrivò a Budapest come uno sconosciuto. Poche settimane prima aveva trascinato l’Argentina al titolo mondiale Under 20 nei Paesi Bassi, segnando sei gol e conquistando i premi di miglior giocatore e capocannoniere del torneo.

Il talento era già evidente. Il resto, invece, doveva essere scritto.

Il ragazzo che doveva aspettare

Al Mondiale del 2006 Messi arrivò come una promessa, ma non ancora da protagonista. José Pekerman gli chiese di osservare, imparare e aspettare. Contro la Serbia e Montenegro, però, bastarono pochi minuti per capire che quel ragazzo aveva qualcosa di speciale: entrò in campo, fornì un assist a Hernán Crespo e segnò il gol del definitivo 6-0.

Quel Mondiale terminò ai quarti di finale contro la Germania. Messi rimase in panchina per tutta la partita e osservò da bordo campo anche i momenti decisivi della sfida, terminata 1-1 dopo i tempi supplementari e poi decisa ai rigori. L’Argentina venne eliminata dopo gli errori dal dischetto di Roberto Ayala ed Esteban Cambiasso.

Oggi è un dettaglio quasi dimenticato. Ma racconta bene quanto fosse diversa allora la sua posizione: il giocatore che sarebbe diventato il simbolo più recente dell’Argentina doveva ancora conquistarsi il suo spazio.

La (quasi) resa di Messi

Gli anni successivi portarono gol, finali e grandi delusioni.

La più pesante arrivò nel 2016. Dopo la finale della Copa América Centenario persa ai rigori con il Cile, Messi annunciò il suo ritiro dalla Nazionale. Era la quarta finale persa con l’Argentina dopo la Copa América del 2007, il Mondiale del 2014 e la Copa América nel 2015. Quattro finali perse in 8 anni avevano reso sempre più pesante il rapporto tra Messi e le aspettative che l’Argentina aveva nutrito intorno a lui.

Ma quella decisione durò poco. Messi tornò sui suoi passi e tornò a vestire la maglia dell’Albiceleste. Quella che sembrava una resa si trasformò così in una nuova rivincita.

Anni dopo, Enzo Fernández avrebbe raccontato quanto quella decisione avesse colpito anche chi, all’epoca, guardava Messi da lontano. Quando il numero 10 annunciò il suo addio alla Nazionale, Enzo aveva solo 15 anni e ne rimase profondamente rattristato. In quel momento scrisse una lettera, pubblicata sui suoi profili social, per chiedergli di restare.

A posteriori, quel momento assunse un significato particolare: non fu la fine della storia, ma il punto in cui diventò evidente quanto fosse difficile separare Messi dalle aspettative che l’Argentina aveva costruito attorno a lui.

È un dettaglio che racconta quanto Messi fosse già importante ben oltre il campo. Per un ragazzo che sognava di arrivare in Nazionale, l’idea di non vedere più il suo idolo con la maglia dell’Argentina significava perdere un punto di riferimento. Anni dopo, quel ragazzo avrebbe condiviso lo spogliatoio proprio con lui e sarebbe diventato campione del mondo al suo fianco.

Due anni di transizione: 2018 e 2019

Dopo il Mondiale del 2018, terminato agli ottavi contro la Francia, Messi si prese una pausa dall’Albiceleste. Tornò nel 2019, in una squadra ancora alla ricerca di un equilibrio e di una nuova identità.

Quella Copa América terminò con il Brasile in semifinale, ma l’Argentina chiuse il torneo al terzo posto, battendo il Cile 2-1 nella finale per il bronzo. In quella partita Messi venne espulso al 35′, insieme a Gary Medel: fu la sua seconda espulsione con la Nazionale maggiore, dopo quella arrivata 47 secondi dopo il suo debutto nel 2005.

Dopo la partita Messi attaccò duramente la CONMEBOL, accusando l’organizzazione della competizione e dichiarando di non voler essere parte di «questa corruzione». Il capitano argentino decise addirittura di non partecipare alla cerimonia di consegna delle medaglie.

Per quelle dichiarazioni arrivò una sanzione di tre mesi di sospensione e 50.000 dollari di multa. Messi fece ricorso, ma nell’ottobre 2019 la Camera d’Appello della CONMEBOL respinse l’istanza e confermò integralmente la punizione.

In qualche modo, quell’espulsione sembrava riportare la storia al punto di partenza: ancora una volta un cartellino rosso, ancora una volta Messi al centro di una storia più grande della partita in sé.

La svolta

Poi arrivò il 2021. Al Maracanã, contro il Brasile, l’Argentina si prese la rivincita: vinse la Copa América e Messi conquistò finalmente il suo primo grande trofeo con la Selección maggiore. Dopo anni di finali perse, quella vittoria cambiò qualcosa: il rapporto con la maglia non era più soltanto una ricerca personale, ma una missione per addestrare una nuova generazione di talenti argentini.

Un anno dopo arrivò il Mondiale in Qatar. L’esordio perso contro l’Arabia Saudita sembrò riaprire vecchie ferite, ma l’Argentina reagì e arrivò fino alla finale. Contro la Francia segnò due goal, trasformò il proprio rigore nella serie finale e, dopo il 3-3 dei tempi supplementari, conquistò finalmente il trofeo che mancava alla sua storia Nazionale.

La cosa più emozionante? Eguagliare qualcosa che riusì solo a Diego Armando Maradona. Dopo anni di attese, sconfitte e occasioni sfuggite, Messi aveva finalmente portato a termine la parte piu difficile della storia dell’Argentina: non doveva più dimostrare di essere leader della Selecciòn. Aveva finalmente vinto con lei.

Quando il capitano alzò la voce

Il cambiamento arrivò lentamente, con un percorso graduale. Messi cominciò ad assumere sempre un ruolo di leader, non soltanto con il pallone tra i piedi, ma anche nel modo di vivere le partite e sentirsi parte di un gruppo.

Non era soltanto il giocatore da cui aspettarsi la giocata decisiva. Era diventato uno dei riferimenti emotivi di quella Nazionale.

Un’immagine simbolica arriva dai quarti di finale del Mondiale 2022 contro i Paesi Bassi. Dopo una partita tesissima, terminata ai rigori dopo la doppietta di Wout Weghorst, che nel finale aveva riportato l’Olanda sul 2-2.

Al termine della sfida, mentre Messi stava parlando ai microfoni di TyC Sports, il centravanti olandese si avvicinò nella zona dell’intervista. Fu allora che il capitano argentino, ancora immerso nella tensione della partita, si rivolse a lui con una frase destinata a diventare uno dei tormentoni di quella Coppa del Mondo.

“¿Qué mirás, bobo? Andá pa’ allá.”

Può sembrare soltanto un episodio curioso. In realtà racconta un Messi diverso da quello che per anni era stato percepito da parte del pubblico argentino e mondiale: meno distante, meno controllato, molto più dentro la partita e dentro la rivalità.

Non era più soltanto il fuoriclasse chiamato a risolvere tutto. Era il capitano che viveva la Selecciòn anche nelle sue tensioni, nelle sue emozioni e nelle sue provocazioni.

Messi

Quello che resta ai compagni

Forse, però, l’eredità di Messi si capisce meglio guardando chi ha giocato al suo fianco.

Rodrigo De Paul fu uno dei compagni con cui Messi costruì il rapporto più stretto. Dopo il ritiro dalla Nazionale, De Paul gli dedicò un messaggio in cui raccontò ciò che aveva visto negli anni trascorsi al suo fianco: non soltanto il campione, ma la persona che esisteva dietro la maglia numero 10.

«Hay algo que durante todos estos años siempre quise: que cada argentino pudiera conocer quién sos realmente», scrisse De Paul. Il centrocampista raccontò così il desiderio di far conoscere agli argentini il Messi lontano dalle telecamere e dagli stadi, quello delle concentrazioni, delle pressioni, dei dubbi e dei momenti difficili.

Poi arrivò una nuova generazione. Julián Álvarez, Enzo Fernández e Alexis Mac Allister entrarono in Nazionale quando Messi era già il punto di riferimento della squadra. Al Mondiale del 2022, però, non furono semplicemente i giovani chiamati ad accompagnare il capitano: diventarono protagonisti insieme a lui.

Álvarez segnò quattro gol, Mac Allister trovò la rete contro la Polonia all’inizio del secondo tempo, subito dopo il rigore sbagliato da Messi stesso. Enzo Fernández vinse il premio come miglior giovane. Messi invece, segnò sette volte, fornì 3 assist e conquistò il Pallone d’Oro del Mondiale.

Crescere una generazione

Enzo Fernández, in un messaggio d’addio su Instagram, ha ricordato di quando da ragazzino faceva i conti tra la sua età e quella di Leo per capire se un giorno avrebbero giocato insieme, e di come Messi, fin dal suo arrivo in Nazionale, lo avesse fatto sentire “uno más”: «Qué suerte tuve, Leo», ha scritto, ripensando a quel sogno diventato realtà.

Anche Lautaro Martínez rappresenta questo passaggio. Nel 2024, durante la Copa América, dopo aver segnato contro il Perù, il Toro corse verso la panchina per abbracciare Messi, quella sera rimasto fuori per un problema fisico. Dopo la partita spiegò il significato di quel gesto: «Sabemos lo que significa, es nuestro capitán, sabemos lo que sufre de afuera y ojalá lo podamos tener el próximo partido».

Lautaro e la Copa América

Due settimane dopo, nella finale con la Colombia, il rapporto tra i due diventò ancora più evidente. Messi uscì al 66′ per un problema alla caviglia e non riuscì a trattenere le lacrime in panchina. Fu Lautaro, entrato ai supplementari, a decidere la partita con il gol del 112′: l’Argentina vinse 1-0 e conquistò la sedicesima Copa América della sua storia (la seconda consecutiva dopo quella del 2021). Prima di sollevare il trofeo, il Toro andò a consolare il suo capitano.

Non era soltanto un abbraccio tra due compagni. Era il gesto di chi aveva visto il proprio capitano soffrire anche quando non poteva essere in campo e sentiva il bisogno di condividere con lui quel momento.

E nel giorno dell’addio ufficiale di Messi, Lautaro gli ha dedicato poche parole, ma capaci di racchiudere un’intera generazione: «Eternamente gracias, capitán».

È forse questa la parte dell’eredità di Messi che non finirà negli almanacchi. Messi non ha semplicemente giocato accanto a una nuova generazione: l’ha vista crescere mentre la Selección smetteva di dipendere soltanto da lui.

Il suo ruolo cambiò ancora una volta. Da giocatore chiamato a risolvere tutto divenne il capitano di una squadra in cui anche gli altri potevano diventare protagonisti.

L’ultimo Mondiale

A 39 anni Messi è arrivato al suo sesto Mondiale con un compito diverso: non più portare da solo l’Argentina, ma guidarla insieme a chi era cresciuto al suo fianco. La semifinale di Atlanta, il 15 luglio, è stata la prova. Contro l’Inghilterra la Selección era sotto 1-0 e a ribaltare la partita sono stati due suoi assist: prima per il pareggio di Enzo Fernández all’85’, poi per il colpo di testa di Lautaro Martínez nel recupero.

Quattro giorni dopo, a New York, in finale contro la Spagna, l’Argentina ha resistito per 120 minuti, ma ha dovuto poi cedere il trono mondiale alla Roja. La finale dell’ultimo Mondiale disputato negli Usa è l’ultima partita ufficiale di Messi con l’Albiceleste: un’altra finale persa, ma questa volta senza il peso delle finali perse del 2014, 2015 e 2016, perché la squadra intorno a lui non si era sciolta.

“Ora sarò uno di voi”

Forse c’è una canzone che può accompagnare questo momento. In “Me Voy” di TINI, una frase sembra adattarsi perfettamente all’ultimo capitolo di Messi con l’Argentina: «este es mi último baile».

Un ultimo ballo, prima di lasciare quella maglia che per vent’anni ha rappresentato gioie, delusioni, vittorie e sconfitte. E forse è proprio questa l’immagine che meglio racconta ciò che sta per finire: non una storia perfetta, ma una storia vissuta fino all’ultimo.

C’è però un’immagine che più di altre racconta cosa significhi oggi per Messi lasciare quella maglia.

Nella lettera scritta il 21 luglio, due giorni dopo la finale, e pubblicata soltanto il 31 agosto 2026, Messi scrisse: “Ahora voy a ser uno más de ustedes, alentando y bancando siempre desde afuera”.

“Ora sarò uno di voi, a sostenere e supportare sempre da fuori”.

Dopo vent’anni trascorsi a rappresentare l’Argentina in campo, Messi si preparava così a viverla dall’altra parte: non più soltanto come capitano e protagonista, ma come uno dei tifosi davanti a una partita della Selección.

Ed è forse questa l’immagine con cui si può chiudere la sua storia con l’Albiceleste: Messi che, dopo aver portato quella maglia sulle spalle per una generazione intera, si prepara finalmente a guardarla da fuori insieme a tutti gli altri.

Ricordo e memoria

Perché sì, probabilmente mancherà ai tifosi. Mancheranno le sue giocate, il suo modo di prendere in mano le partite, quella sensazione che, quando aveva il pallone tra i piedi, potesse ancora succedere. Ma forse l’addio non dovrebbe solo essere soltanto un vuoto.

Dovrebbe essere anche ricordo e memoria. Per questo, ora che è arrivato il momento di andare, forse non sarà necessario chiedere di non sentirne la mancanza. Basterà ricordarsi del bello che ha lasciato.

Chiudere il cerchio

I media argentini hanno raccontato l’ultima partita di Messi soprattutto come la chiusura di un’epoca. L’evento mondiale che permette alla Nazionale di salutare il proprio capitano davanti alla sua gente.

La Nación ha definito quella partita al Monumental il modo per “chiudere il cerchio”: un ultimo ingresso in campo, un ultimo inno e un ultimo ballo. Altri media argentini stanno sottolineando invece la dimensione collettiva della despedida e tutto ciò che è stato costruito intorno alla partita. E l’attesa, in Argentina, è già stata parte dello spettacolo.

L’eredità della Pulga?

Ora, a addio ormai definito e realizzato, resterà una domanda: che cosa sarà l’Argentina senza Messi? 

Probabilmente una squadra diversa, chiamata a trovare nuovi riferimenti e nuovi protagonisti. Ma non dovrà dimenticare ciò che è stato costruito negli ultimi anni: dalle sconfitte alle vittorie, dalle critiche alle lacrime, fino a quel sogno inseguito per tanto tempo.

È questo, forse, ciò che resta della sua storia: la dimostrazione che anche i percorsi più difficili possono trovare il proprio compimento. Messi lascia un’eredità fatta di trofei, ricordi e soprattutto di un legame profondo con un Paese che, dopo averlo criticato, ha imparato ad amarlo.

E ora toccherà a chi verrà dopo di lui trasformare quella eredità in un nuovo capitolo. Con una certezza in più: l’Argentina avrà sempre un tifoso aggiunto, Leo Messi.

Autore

  • Classe 2004, studentessa di Scienze della Comunicazione e aspirante giornalista sportiva. Sono di Bergamo e amo seguire ogni genere di sport, ma la mia più grande passione è il calcio. Mi piace vivere gli eventi sportivi in prima persona, tra stadi, emozioni e racconti da condividere.

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